Uno dei miei amici su Facebook – non ci siamo mai visti di persona, ma abbiamo lavorato insieme ad alcuni progetti – ha pubblicato un post in cui diceva di attraversare un brutto momento. Lo ha detto piuttosto esplicitamente, senza troppi giri di parole. Ci ho riflettuto, volevo dirgli qualcosa, una parola di conforto, e così ho fatto. Al momento di scrivergli, però, non mi venivano le parole. Ho digitato ti mando un abbraccio, ma mi è sembrato troppo confidenziale, e ho cancellato. Mentre pensavo a cos’altro avrei potuto scrivere, mi sono accorto che il problema non era tanto il timore di essere invadente, quanto di sembrare troppo affettuoso. Perciò niente abbracci e niente termini che facessero pensare a manifestazioni d’affetto. Ho pensato che, se dall’altro lato ci fosse stata una donna, la questione non si sarebbe neanche posta. Ma in quanto uomo che si rivolge a un altro uomo, mi son sentito in dovere di non oltrepassare le barriere della virilità.

Qualche giorno dopo, è successa una cosa che non ha niente di eclatante in sé, e che apparentemente non c’entra nulla. Mia nipote, di appena due anni, ha trovato una specie di portachiavi di colore rosa sul comodino di mia madre. L’ha scovato in mezzo a tante altre cose, lei che da quando è nata hanno vestito sempre di rosa, con le scarpe rosa, con lo zaino rosa, e tutto ciò che possa passare per le sue mani dello stesso colore. Il suo sguardo è stato praticamente allenato a individuare il rosa in mezzo a tante altre tonalità che le risultano indifferenti. Dice che le piace il rosa, ma non sa che, in realtà, gliel’abbiamo fatto piacere noi.

Non è tanto questo, il punto, quanto il fatto che abbia imparato che quello è il colore delle femminucce, e così si stranisce quando lo vede indosso ai maschi. Mi è tornato in mente quando, pochi giorni prima, non riuscivo a trovare le parole.

Il rosa e il blu sono solo un esempio di quel che abbiamo stabilito vada bene per un sesso o per l’altro. Nessuno obietta a una bambina che dispensa baci, abbracci, carezze, mentre a noi uomini viene – più o meno implicitamente – suggerito che è sempre meglio tenersi a distanza. Salutarsi con una stretta di mano, o con il pugno teso. Mostrarsi indifferente agli slanci d’affetto. Non piangere. Non parlare dei propri sentimenti. Non abbandonare mai, per nessun motivo, quell’apparente durezza esteriore per continuare a sembrare incrollabili. Assegnare un colore prestabilito in base al genere è figlio dello stesso discorso.

Non so quando sia cominciato, e come, ma tutto questo ha finito per condizionarmi. Attorno a me ne ho sempre visti tanti, di uomini così, a cui non sentiresti mai dire non sto bene, o che è un momento difficile, dalla mia famiglia agli amici. Ma non quello con cui stavo parlando quel giorno, dopo aver letto le sue parole a cuore aperto. Mi sono reso conto che, in realtà, tra noi due ero soltanto io a sentire l’imbarazzo della scelta delle parole giuste. Lui è stato sincero come lo era stato in quel post, senza filtri, senza ostacoli, dicendo cose del tipo sto malissimo o non riesco a riprendermi, raccontami della sua salute mentale e del suo malessere con un’apertura che mi ha disarmato. Ha rivelato una sensibilità e una maturità che io predico da sempre, ma che ancora non ho conquistato. Pensavo di scrivergli per provare a confortarlo, invece dalla conversazione ho guadagnato qualcosa io.

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