Mi ricordo molto bene quand’è morto Michael Jackson, dov’ero e cosa stavo facendo, il modo in cui l’ho appreso. Ricordo anche di quando ad andarsene è stata Dolores O’Riordan, quel momento dell’anno, il dolore. Però c’è un ricordo particolare che non mi lascia, ed è di quando morì Amy Winehouse. Era una sera di luglio, stavo studiando per un esame della sessione estiva, quando una mia amica mi scrisse e mi diede la notizia. Ricordo di esserne stato devastato, per due diverse ragioni: innanzitutto come suo fan. Back to Black era uno dei dischi più belli che avessi mai ascoltato, e da allora non ha mai perso un briciolo della sua potenza. Ricordo alcune delle ultime esibizioni, il modo in cui sembrava stravolta, fuori fase, e il chiacchiericcio intorno al suo stato di salute. Qualcuno potrebbe dire che c’era da aspettarselo – col senno di poi, alla luce degli anni trascorsi e di tutto quello che ho poi visto e sentito, potrei dirlo anch’io. Più che altro, che c’era da temerlo. Dopo è sempre più facile. Allora, però, era diverso. Io comunque facevo il tifo per lei: perché ero un suo fan, appunto, ma anche per altro. Qui arrivo alla seconda ragione.

La verità è che è difficile fare i conti con la morte quando sei così giovane. Amy aveva 27 anni, io 21, la differenza non è poi enorme. A quell’età non ci credi davvero, che la fine arrivi per tutti, anche così presto. Probabilmente non ci pensava neanche lei, probabilmente non faceva quello che faceva per la voglia di farla finita. Tutti noi impariamo ad avere a che fare con la morte prima o poi, alcuni prima degli altri. Di solito accade con qualcosa di fittizio e di estremamente lontano, come un personaggio che muore in una serie tv, o magari per sentito dire. Il passaggio successivo avviene quando la morte ci tocca da vicino: e allora è un animale domestico ad andarsene, o qualcuno che conoscevamo di vista, o un parente. In quel caso sperimenti il dolore, ma non è ancora tutto. Quando conosci la morte da giovane, da giovanissimo, perlopiù resta un evento senza cause, solo con effetti: quello della perdita, della mancanza, dello stravolgimento di una routine. O meglio, quando pensi alle cause è difficile pensare che possano riguardare anche te, i tuoi coetanei, chiunque si possa definire ancora un ragazzo. Ed è difficile immaginare che possano essercene così tante.

La morte di Amy Winehouse me la ricordo come una di quelle che mi hanno portato a pensarci, forse per la prima volta. Amy aveva soltanto vent’anni, come ce li avevo io. A quell’età ti dicono che hai il mondo in pugno, che potresti essere chiunque tu voglia, che si possa fare qualunque cosa desideri. Che devi essere felice, che i problemi, quelli grossi, quelli veri, sono lontani da venire. A vent’anni chi ci pensa davvero che possiamo anche morire di depressione, di overdose, per un incidente? Che si possa anche morire suicidi, o per una malattia?

A gennaio di quest’anno ho perso una mia parente, che a soli 36 anni se n’è andata per una malattia improvvisa: sono bastati pochi giorni perché finisse in ospedale e non ne uscisse più. Non la conoscevo bene, e mi dispiace anche solo parlarne, adesso, ma per giorni non ho fatto che pensarci: alla sua famiglia, a suo marito, i suoi genitori, ma anche a tutto il tempo che non avrà più. E quando, una settimana fa, Liam Payne è precipitato dal balcone di una camera d’albergo, mi è sembrato impossibile. Aveva 31 anni, meno dei miei: come poteva essere? Non dirò di essere stato un suo fan, perché non lo ero, ma non è comunque terribile?

Quando si è giovani nessuno ci dice che dovremmo avere a che fare con la morte. Perché la morte non dovrebbe riguardarti, da giovane. Però succede. Succede che uno studente universitario si butti giù da un ponte, che un liceale decida di smettere di vivere, che qualcuno assuma delle sostanze per provare a soffrire di meno, che qualcun altro si ammali inesorabilmente. Forse dovremmo smetterla di raccontarcela così l’adolescenza, e la giovinezza in generale, come di un’età di belle speranze, sempre felice, senza problemi. Dovremmo iniziare a parlarne, non della morte, ma di tutto quello che avviene prima: delle malattie, dei suicidi, delle dipendenze, di salute mentale. Provare a esserne più consapevoli, più preparati, magari evitando qualche tragica deriva. Forse dovremmo avere il coraggio di ammettere che tutto questo è anche affare della giovane età e iniziare a smettere di sottovalutarla. O di sopravvalutarla, invece: dipende dai punti di vista.

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