Soltanto in seguito mi resi conto che quello che istintivamente chiamavamo pianto era in realtà qualcosa di diverso. Lo avevo riferito ai medici, che lei piangeva di notte. Lo chiesi anche a loro, se quello che sentivo nei corridoi della clinica fosse il suo pianto. Nessuno mi corresse, né qualcun altro sollevò mai la questione, e del resto neanch’io all’inizio sentivo l’esigenza di ragionare sulle definizioni. Ma quando piangere divenne anche per me l’unica possibilità – fu allora che iniziai a implorare le parole, e compresi che invece si trattava di lamenti. Credo che sia stato il fatto di non averne mai sentiti prima ad avermi portato fuori strada, e volli illudermi che dare il nome giusto alle cose potesse avere una funzione terapeutica. E l’avrebbe avuta, forse, se avessi potuto pronunciarlo ad alta voce, ma non sapevo a chi potesse interessare, perciò non ho mai scoperto se mi sbagliassi al riguardo.
L’unica certezza che maturai fermamente era che sarei guarito prima se non l’avessi mai sentita. Di giorno, durante il ricovero, provvedeva la distanza. La notte era l’inferno. I suoi lamenti mi spezzavano il cuore, sebbene non mi sia mai perdonato di non essere riuscito a trovare un’immagine più ricercata di quella di un organo strappato a metà. Allungavo la mano su di lei per accarezzarla, e quel suono terribile allora si attutiva, ma non poteva smettere del tutto. Così la accarezzavo più forte, e nel frattempo meditavo di soffocarla, di strangolarla, di chiuderle la bocca per sempre perché non accettavo che neanche la mia mano potesse arrivare là dove non riuscivano i farmaci. Perciò, a un certo punto ho dovuto trovare un modo per non impazzire: e per prima cosa mi chiesi cosa stessi facendo esattamente, perché sapevo che non avrei davvero perso la testa, ma neanche allora, e né dopo, mi vennero in aiuto le parole. In fondo, volevo solo rendere tutto più sopportabile, ma la sola idea di distrazione, di leggerezza, di pazienza mi faceva orrore, e allora cosa stavo cercando? Non riuscivo a trovare altri vocaboli che non mi facessero sentire in colpa.
Siccome ci ero già passato, sapevo bene che avrei dovuto stare attento a che cosa avrei fatto. La prima volta, avevo cercato conforto nelle cose che avrebbero dovuto consolarmi, con l’effetto imprevisto però che mi rimasero appiccicate per sempre a un ricordo che non avrei voluto avere. Dopo, non sono più riuscito a guardare una commedia romantica, a mangiare una macedonia di frutta, a utilizzare la vasca da bagno, a toccare la carta di giornale, ad aprire i cassetti del letto, a tollerare il colore arancione. Volevo evitare di rovinarmi dell’altro, quindi non avrei ascoltato nessuna canzone, non avrei letto nessuna rivista, non avrei messo nessun programma alla tv, e man mano che spuntavo la lista mi avvicinavo alla conclusione che non c’era proprio nulla che potessi fare, perché qualunque cosa avessi toccato, osservato, assaggiato, bevuto, annusato, udito, maneggiato, aggiustato, ricomposto, ordinato, modificato avrei dovuto bandirla dalla mia vita per tutti i giorni a venire. In mezzo al frastuono riuscii a pensare che non sarebbe stato conveniente aggiungere altre voci all’elenco delle attività e degli oggetti potenzialmente in grado di riportarmi dove non avrei mai voluto stare. E dove, comunque, non sarei stato mai più, ma non nel modo che avrei voluto.
Incredibilmente, neanche cancellare una ad una tutte le impossibili opzioni mi aiutò a trascinarmi attraverso il tempo. Trascorsi il resto dell’eternità così come avevo cominciato, ascoltando e accarezzando, accarezzando e ascoltando l’inevitabile: un suono, un rumore, un lamento che non sono mai stato in grado di capire com’è che tenesse sveglio soltanto me. Sembrava che fossimo gli unici due a non dormire, io e lei, e già da lì avrei dovuto aspettarmi che gli ossequi e gli omaggi che avrei preteso sarebbero stati smisuratamente inferiori alle aspettative. Anche dopo, avrei continuato a rimanere sveglio, ma solo io, e soltanto io, e nessun altro ad allungarmi la sua mano.
Mi sono chiesto quale altro suono fosse similmente insopportabile. Il brontolio di una pancia affamata. Lo scoppiettio di una marmitta guasta. La sirena di un’ambulanza in corsa. La ruvidezza della tosse asinina. I versi queruli dei pazienti in un ospedale. Il gorgoglio dei malati terminali di cancro. Nient’altro, per quanto inconsciamente stessi tentando di dirmi che esistesse un suono peggiore, riusciva a eguagliare in intensità ciò che lei stava provando, e io di rimando. Quando le mie orecchie non sono state più in grado di ricordare un’atrocità più acuta di quella, avevo già dedotto che neanche questa lista mi sarebbe stata d’aiuto. Sentivo di aver perso il pensiero e la fantasia, se ero arrivato a concludere che stavo semplicemente e insulsamente ascoltando il lamento peggiore che avessi mai sentito, e di questo, adesso, me ne rimprovero ogni responsabilità: di non essere riuscito nemmeno stavolta a esprimermi come lei e io avremmo meritato.
Le parole mi sono sembrate ancora più importanti quando, alla fine, non c’è stato più niente da ascoltare. Più niente da accarezzare, né da toccare, a meno di accettare che potesse assumere una forma diversa, ma non riuscivo a capire come si potesse riporla dentro un barattolo, tra le collane e le medicine destinate a scadere. Le mie mani ebbero la conferma di essere totalmente inutili, i miei sensi potevano finalmente riposare, proprio nell’istante in cui ho iniziato a sentire più forte di quanto avessi sentito.
Da quel giorno c’è stata solo una cosa che volessi fare, ma sembrava che non ne avessi il permesso. Ogni volta che una lacrima stava per abbattere la porta dovevo rinserrare le palpebre per trattenere tutte le altre che spingevano per uscire, perché c’era sempre qualcuno che aveva la precedenza, e nessuno mi aveva insegnato come prendere la mia prenotazione. E poiché pareva che non fosse mai il mio momento, tanto valeva imparare ad asciugarsi gli occhi e chiudere definitivamente la manopola. Sapevo però che si trattava di concorso di colpa, perché a chi avrei potuto chiedere di restare in ascolto se non riuscivo a trasformare le lacrime in un’espressione verbale?
Mentre mi impegnavo a trovare la formulazione più compiuta del dolore facevo i conti con la probabilità che non l’avrei mai trovata – e allora non rimaneva altro da fare che mettere via tutto ciò che mi riportasse indietro alle notti, ma anche ai giorni precedenti, agli anni passati insieme, ai nostri minuti e alle nostre ore. Sorprendentemente, si rivelò impossibile. Nonostante fossi stato così attento con le mie liste a evitare qualunque forma di contaminazione, mi ritrovai a non poter più evitare niente. Non se n’era realmente andata, si era soltanto compenetrata nelle cose che avevamo abitato, e pur non potendola più toccare riuscivo a sentirla comunque.
Perciò ho dovuto sbarazzarmi lentamente dei tappeti, dei copridivani, dei cuscini, delle sedie, e poi del letto, dei vestiti, del tavolo, dei piatti, e infine dei pavimenti, delle porte, delle stanze, del soffitto, fino a prendere tutta la casa dentro al solo palmo, accartocciarla e farla sparire. Ho ricominciato da nuovi mobili, nuove pareti, e nuove strade tutt’intorno, eppure sono rimasto esattamente dov’ero, perché ovunque c’era anche lei. Avevo soltanto sostituito le cose, ma avevano ancora gli stessi nomi, ancora difficili da pronunciare, e non mi restava che reinventarne di nuovi. Ho pensato che, fintanto che fossi rimasto per conto mio, avrei avuto il tempo di riscrivere il mio vocabolario e trovare il modo di dire tutto ciò che lei si era portata via: non era soltanto il letto, o le coperte, o gli angoli della casa; erano le abitudini, il sonno, i giorni di sole e le canzoni allegre, lasciandomi nient’altro che lacrime. Da solo, almeno, potevo provare a liberarmene. Gli amici nel frattempo continuavano a telefonarmi, ma io non ho più risposto: richiamerò soltanto quando avrò trovato le parole.





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