Un mese fa ho fatto una cosa che non pensavo avrei potuto fare: ho lasciato il lavoro. Lo so che sono un lavoratore dello spettacolo, che vivo di contratti a tempo determinato, e che quest’estate sarei stato di nuovo disoccupato. Lo ripetevo a me stesso mentre cercavo di ridimensionare, di far sembrare la cosa più piccola di quanto non fosse. E però ho lasciato un lavoro senza averne un altro a portata di mano, senza avere prospettive di ritrovarmi a breve impiegato, e quindi, ecco, il ridimensionamento non m’è riuscito proprio tanto.
Ho rinunciato a settimane di stipendio che mi avrebbero garantito contributi, di fare la spesa al supermercato o di pagare l’affitto con serenità nei prossimi mesi. L’ho fatto perché non stavo bene, perché dopo un mese non riuscivo più a dormire, perché digrignavo i denti la notte, perché ero entrato in uno stato di allerta costante. Il giorno prima di presentare le dimissioni, non sono riuscito a mangiare, avevo la nausea, mi mancava il respiro. Mentre rientravo a casa dal lavoro ho rischiato un incidente, perché la mia testa era rimasta lì, in ufficio, a tentare di metabolizzare le parole che non ero riuscito a digerire.
L’ho fatto perché non ho sopportato le umiliazioni, le aggressioni verbali, le derisioni, le battute che non ho saputo fingere che fossero divertenti. Qualcuno mi ha suggerito di difendermi con l’ironia, a me non veniva neanche da sorridere. Una mia amica mi ha detto di tener duro e di pensare soltanto ai soldi, io invece riuscivo soltanto a vedere davanti a me tutti i giorni che mancavano alla fine.
Così ho deciso di anticiparla, la fine, e che sarei stato io a metterci un punto. Eppure la mia testa ancora non se n’è uscita da lì. Forse perché avrei dovuto fare come la mia amica Thelma mi consigliava, di affrontare quella persona, di dirle chiaramente che stava oltrepassando il limite, e provare a tenermi il lavoro alle mie condizioni. È solo che ogni volta che quella persona entrava nella stanza, io non vedevo l’ora di uscirne. Me ne stavo con la testa sul computer nella speranza che non avesse altre frecciate da rivolgermi, ma quella speranza veniva frustrata ogni volta.
Perciò, quando me ne sono andato, mi sono chiesto se non avrei dovuto essere più forte. Magari adesso non avrei questa sensazione di impotenza, di debolezza, di vigliaccheria che mi fa credere che, sotto sotto, ho mollato. Che non ho carattere. Che da oggi in poi chiunque potrà buttarmi giù. Quando gliel’ho raccontato, un amico mi ha detto che sono stato coraggioso a tirarmene fuori, a scegliere l’incertezza invece di uno stipendio certo, perché ho saputo ascoltare me stesso e fare ciò che era meglio per me. Sembrava bello quando lo ascoltavo, il problema è che una volta chiusa la conversazione la voce che mi è rimasta dentro è quella che mi ripete che ho abbandonato.
Tutti quanti, quando ho presentato le dimissioni, mi hanno detto che avevo fatto bene. Io non ho fatto una sola parola su quella persona, e sul motivo per cui non mi avrebbero più visto a lavoro, ma non ce n’è stato bisogno: lo avevano già capito. Mi sono chiesto se fossi così trasparente, o se la situazione fosse sotto gli occhi di tutti. Era come se fossero tutti dalla mia parte, eppure nessun altro, oltre me, se n’è andato. Ho pensato che avrei voluto avere la loro impassibilità, la loro capacità di ridere ai commenti sgradevoli, la loro imperturbabilità alle urla e alle offese. Qualcuno mi ha detto «deve soltanto provarci a fare lo stesso con me», e però è successo a me. E soltanto io adesso non lavoro più.
Una collega mi ha suggerito implicitamente di denunciare. Mi ha detto che l’azienda è attenta a queste cose, che promuove un ambiente sano e rispettoso. Ci ho pensato a lungo, a un certo punto stavo anche per farlo, poi ho avuto paura – di nuovo: e se si viene a sapere che sono stato io a parlare, che cosa mi succede? Magari manterrò questo lavoro, ma perderò tutti i successivi. E se invece la produzione si ferma, e il lavoro lo perdiamo tutti? E se, invece, non succede proprio niente, e tutto continua così com’è? Mi è sembrata l’ipotesi più probabile, e anche quella più tremenda.
Ai miei genitori non l’ho detto ancora. Immagino già cos’avranno da dire, posso sentire benissimo le loro voci mentre mi rimproverano di aver scelto un lavoro che non dà garanzie, che ho sprecato il mio tempo, che ho sbagliato tutto. Io me lo sto ancora chiedendo, se davvero ho fatto bene o se avrei dovuto stringere i denti e restare. Da quando ho deciso di andarmene ho sentito una marea di voci, che mi incoraggiano, che mi sostengono, che mi dicono che cosa fare adesso o cosa avrei potuto fare prima, e non so a quale dare ascolto. Il mio amico Mauro, che di certe cose se ne intende, ha capito subito quale fosse il punto. Mi ha detto: ogni volta che la tua testa ti dice un pensiero negativo, chiamami. Io vorrei spegnerle proprio tutte, queste voci, e provare a sentire se ce n’è una che dica che non succederà più.





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