È un film noiosissimo, mi avevano detto. Ti annoierai di sicuro, mi avevano detto. Da bravo cinefilo, io Carol l’ho visto lo stesso, sapendo che brutto non sarebbe stato, però a questo punto ho cominciato a sospettare che non si trattasse di un capolavoro.
E infatti non lo è, ma avrebbe potuto esserlo. Todd Haynes ha scelto una storia di omosessualità femminile negli anni Cinquanta raccontata con la delicatezza e la malinconia di un regista di gran classe. Non mi stupisce di ritrovarmi ad ascoltare le note di una delle più belle colonne sonore del 2015, di quelle che se chiudi gli occhi e resti solo ad ascoltare mantengono intatta la loro forza, e se li riapri hai quasi l’impressione che le note siano scaturite dai movimenti degli attori man mano che si muovevano sul set.
Non c’è nemmeno da stupirsi che Cate Blanchett incarni l’eleganza fatta donna, il fascino e la seduzione che fa breccia tanto sugli uomini quanto su altre donne, e per chi già conoscesse Rooney Mara, neanche il fatto che le tenga mirabilmente testa, e forse sia persino più adorabile, dev’essere poi una sorpresa.
Rimane però la sensazione che poco sia accaduto. Carol è un film che poteva raccontare di
più, e che soprattutto poteva osare di più. La storia d’amore tra le due protagoniste raggiunge picchi di passione fisica e sentimentale che potevano essere più intensi di così.
Restano l’eccellenza di due attrici al massimo delle loro capacità, la bellezza degli sguardi e dei sorrisi di Cate Blanchett, la delicatezza delle sue mani che si poggiano sulla spalla dell’amante, il gioco perfetto con cui inizio e fine s’incontrano, la presenza preziosa di un’attrice poco sfruttata dal cinema come Sarah Paulson, i costumi luminosi e le melodie più emozionanti di un’intera stagione cinematografica. Purtroppo, anche silenzi e vuoti che si sarebbero potuti riempire.
VOTO: 7







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