L’effervescente carosello di Grand Budapest Hotel

Indubbiamente, Grand Budapest Hotel è un mirabile esempio di genialità assoluta, non di quelle criptiche e destinate a un pubblico di nicchia à la David Lynch, ma di quelle facilmente accessibili a chiunque, del tipo che non puoi non riconoscerla quando te la trovi davanti. Grand Budapest Hotel è indiscutibilmente un capolavoro.

Concepito come una serie di scatole cinesi, racconto dopo racconto veniamo guidati all’interno del prestigioso albergo che dà il nome al film, nell’immaginaria ma pittoresca Repubblica di Zubrowka. Le strade, le montagne, i paesaggi interi sembrano le immagini di una cartolina di un caratteristico paese dell’est, tanto affascinanti quanto più risultano immerse in un’atmosfera tutta surreale. A Grand Budapest Hotel non chiediamo di raccontarci la verità, ma una storia dal carattere favolistico e incredibile alla quale, del resto, accordiamo tutta la nostra attenzione e disponibilità.

Rapidamente gli eventi precipitano sfiorando la tragedia ma senza mai abbandonare l’ilarità che denota la narrazione fin dal principio, con un andazzo così veloce che ti tiene incollato alla poltrona per vedere fin dove la storia può arrivare, e di certo siamo ben lontani dalla banalità di certe commedie concepite per il grande pubblico. E si ride, si ride per tutta la durata e anche oltre, con quei 100 minuti circa che scorrono via che è un piacere.

Wes Anderson dirige l’impeccabile cast in una danza squisitamente coreografica, in movimenti perfettamente regolari e coordinati tra le grandi stanze dell’albergo, che riducono i suoi ospiti a graziose marionette variopinte come se fossero i personaggi di un cartone animato di Paul Schibli o di Don Bluth. I dialoghi sono estasianti, le musiche eccellenti e azzeccate quasi fossero state concepite in sincronia con la trama, e i personaggi sono più colorito dell’altro. Ralph Fiennes, alla guida di questo frizzante teatrino, è ad una delle sue migliori interpretazioni della sua carriera, meritevole di Oscar. Dietro di lui, l’allegra combriccola da cui soltanto un regista e sceneggiatore come Anderson sa tirare fuori il miglior lato comico, seppure in piccole particine come quella toccata a Tilda Swinton (peraltro il vero motore della storia). Ad oggi, è forse l’unico che sappia valorizzare il talento di interpreti del calibro di Bill Murray, di Jason Schwartzman, di Owen Wilson, di Adrien Brody, i suoi più affezionati attori-feticcio che ritornano qui ancora una volta, oltre a Edward Norton, Harvey Keitel, Willem Dafoe e Jeff Goldblum, alla loro seconda collaborazione, a cui si aggiungono pure Saoirse Ronan, F. Murray Abraham, Jude Law, Mathieu Amalric e la rivelazione Tony Revolori. Ciascuno prezioso nel suo piccolo o grande contributo in questo che è uno dei migliori film dell’anno, e il migliore di sempre del brillante regista americano.

VOTO: 10

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