Quand’ero piccolo, c’era un cantante che si chiamava Mino Reitano. Era piuttosto popolare, uno di quelli con una lunga carriera e partecipazioni plurime a Sanremo, sebbene non abbia mai avuto una vera e propria consacrazione. Una sorta di eterno secondo, che ogni tanto veniva pure un po’ dileggiato per non essere mai stato davvero incisivo.
Quando morì, ricordo che si levò il solito coro di tifosi e pentiti. Il motivo generale intonava “se solo lo avessimo apprezzato di più quand’eravamo in tempo”. Una sorta di mea culpa collettivo al povero Mino, mai realmente amato più di tanto.
Non è che dopo sia cambiato granché. Mino Reitano ha fatto la fine che un po’ ci si aspettava, andando ad affollare un dimenticatoio che ospitava già tanti altri come lui. Di certo, non gli è toccata la sorte dei vari Lucio Dalla, Pino Daniele o Fabrizio De André. Per carità, chi sono io per metterli tutti sullo stesso piano, proprio nessuno. E però, dentro di me ho sempre pensato che ci fosse una sproporzione, come una distanza che sta proprio lì, davanti ai nostri occhi. Non tutti riescono a meritare la fama e l’onore dei grandi. Ma probabilmente quei grandi non meritano nemmeno di schiacciare tutti gli altri. E di certo noi non meritiamo di sorbirci sempre la stessa rotazione.
Mi è tornato in mente in questi giorni, leggendo dei contributi statali erogati al cinema, a chi sì e a chi no. La lista degli esclusi è nota e non c’è bisogno di riepilogarla. Mi ha colpito, però, che tra i meritevoli ci fosse il film su Gigi D’Alessio.
E non soltanto perché, io come altri, mi chiedo a cosa serva un biopic su Gigi D’Alessio, uno vivo e vegeto, che può ancora venire a raccontarci la sua storia di persona – e infatti lo fa, affollando puntualmente arene e salotti televisivi. Poi, per carità, ci scommetto che in tanti correranno a vederlo. Il punto però non è che cosa la gente voglia vedere, ma cosa scegliamo di raccontare.
Gigi D’Alessio fa parte di quella schiera di cantanti degli ultimi anni che, invece, la consacrazione l’hanno avuta eccome – e il film su di lui infatti lo conferma. Sono quelli che ormai non hanno più bisogno di sfornare nuovi successi, perché ne hanno macerati talmente tanti che gli bastano a vivere di rendita. Quelli che riempiono gli stadi, che chiamiamo comunemente superospiti, che godono di una popolarità trasversale a qualunque generazione. Quelli che formano l’Olimpo contemporaneo, insieme ai defunti eccellenti: come i già citati Dalla, Daniele, De André, ma anche Battiato, Califano, Mia Martini e Ornella Vanoni.
C’è un motivo se qualcuno arriva in cima alla piramide della notorietà, e qualcun altro invece si ferma più in basso. A volte sembra però che questo motivo sia sufficiente a farne ragione di elezione e di esclusione, per cui i più bravi vanno avanti e i meno celebri – a volte semplicemente meno fortunati – cadono giù. E tutto questo agisce su due livelli.
Da una parte, c’è l’azione selettiva della memoria, con cui i nomi dei famosi ma non troppo vengono inscatolati in un magazzino buio e desolato, dove nessuno più va a rimettere ordine. Dall’altra, l’omologazione della narrazione del presente, che taglia fuori dal mercato gli innovatori e i sovversivi, chiude i canali, tappa le nicchie e riunisce i generi in una sola nota. Se ultimamente vi è sembrato che Sanremo e il Primo Maggio suonassero come la stessa cosa, avete ragione. Se vi pare che in giro ci siano sempre le stesse canzoni, l’impressione è giustificata.
Ogni tanto emerge un nuovo nome, si aspetta pure la sua consacrazione, e poi ce lo ritroviamo dappertutto. Se qualcosa piace al pubblico, tutto quello che suona simile passa avanti, e il resto finisce in coda. Ci illudiamo che lo scouting siano i giovani semisconosciuti che salgono sul palco del festivàl nazionalpopolare, quand’invece quella è già canonizzazione.
L’effetto di tutto questo invece è unico: l’appiattimento del racconto, in tutte le sue forme.
Mentre al cinema e in tv si fanno film sui cantanti protagonisti dell’immaginario collettivo, restiamo un paese che non ha saputo rielaborare in immagini l’ascesa e la caduta dei grandi divi del passato. Mentre in America producono film come The Artist o Babylon, noi non abbiamo memoria di quando eravamo protagonisti del cinema muto mondiale. Abbiamo svalutato il David di Donatello alla carriera, che poteva essere occasione di ri-conoscimento, dandone due a Gabriele Muccino (in piena forma e attività!), due agli ultimi presidenti della repubblica (!!) e uno persino all’intero cinema italiano (!!!), mentre l’anno scorso perdevamo Lea Massari, Adriana Asti e Pia Velsi senza neanche ricordarci che fossero ancora vive. Abbiamo cancellato il premio agli esordienti nell’unica premiazione musicale di rilevanza nazionale. Lasciamo che siano i dj d’oltralpe a dare nuova vita alle nostre hit disco-dance, mentre ignoriamo chi sia Caterina Valente. O Mauro Pelosi. O Valentina Giovagnini. O Benny Benassi. O Lou X.
A me, in fin dei conti, non disturba che qualcuno voglia fare un film su Gigi D’Alessio, che ci sia qualcuno interessato a produrlo e qualcun altro a vederlo. Mi impensierisce che non ci sia la volontà di raccontare anche qualcos’altro, qualcosa che vada al di là dei soliti noti. Anzi, che non ci sia soprattutto la volontà di finanziarlo, e quindi di scoprire, di andare a vedere. Al cinema come nella musica, alla radio come in tv, è tutto piatto. Poi succede che qualcuno ci lascia, lo compiangiamo, e torniamo a dimenticarcene. Finito il tempo degli omaggi, tutto torna come prima. Anzi, a volte gli omaggi sono persino un lusso, se neanche la tv di Stato sa come onorare i suoi artisti scomparsi, e l’ultima sceneggiatura di Bertolucci è destinata a rimanere nel cassetto.





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