Qualche sera fa ho fatto uno strano sogno. Mi vien da dire che tutti i miei sogni ultimamente sono strani, ma forse questo vale per tutti. C’era un grande evento, una sorta di convegno, di più non saprei dirvi: appena sveglio lo ricordavo benissimo, mentre adesso è tutto meno nitido, per quella capacità che hanno i sogni di scivolarti via un po’ alla volta dal momento in cui apri gli occhi.
Comunque, io ero nello staff, non so bene quale ruolo avessi ma mi occupavo dell’organizzazione, smistavo le persone, davo indicazioni. Poi l’evento si è trasformato in qualcos’altro, sono entrato nella struttura ed era un enorme open space deserto. Erano spariti tutti. Insieme a me c’erano solo un paio di superstiti, pronti a scappare via anche loro. Sembrava che dovesse arrivare l’apocalisse. Lo spazio era disseminato di computer, con hard disk e robe simili, dove rovistavo dappertutto in cerca di qualcosa di importante, prima di darmela a gambe anche io.
La parte strana è che avevo la sensazione – questo lo ricordo bene – di aver già vissuto la stessa identica cosa. Perciò sapevo che dovevo trovare una pendrive o un dispositivo che contenesse dei dati importanti, e poi scappare via veloce, prima che accadesse quel che doveva accadere. Perché quello che sarebbe accaduto era qualcosa di tremendo. Era come se si fosse riavvolto il nastro, e sentivo che si sarebbe potuto riavvolgere ancora. Come se tutto potesse ripetersi.
Il termine tecnico per tutto questo è déjà vu. Viene dal francese, e significa “già visto”. Scusate, l’ho cercato su Google e mi sembrava carino dirvelo. C’è chi giurerebbe di esserci passato anche a occhi aperti, di essersi trovato in un posto e sentire di riconoscerlo, per esempio. Io ho provato a ricordare se mi fosse mai successo anche da sveglio, ma se anche fosse non ne ho memoria. In sogno invece sì. Anche perché faccio spesso dei sogni ricorrenti, in cui torno negli stessi luoghi, rivivo le stesse identiche cose, e il bello è che persino nei sogni riesco a riconoscerlo.
Posso dirvi? Non è una sensazione piacevole, quella di un déjà vu. Forse perché ha a che fare con l’incertezza, con qualcosa che ci è familiare e che eppure ci sfugge e non sappiamo inquadrare. O forse perché si verifica sempre in presenza di circostanze da evitare. Sarà per questo che nei film chiunque abbia un déjà vu avverte sempre una sensazione di pericolo. Il déjà vu al cinema è presentimento, e il presentimento serve a metterti in guardia. Se ne stai avendo uno, allora vuol dire che è il momento di dartela a gambe.
O magari no, si può avere anche un déjà vu di un ricordo bellissimo, o di una vita passata se credete a queste cose. Il cinema però ha ascritto il déjà vu al quadro delle impressioni infelici, come ha fatto anche la musica del resto. Pensateci: ogni volta che una canzone cita un déjà vu è per richiamare una relazione finita male, l’idea di sentirsi in trappola e non sapere da che parte andare, di una situazione che è il clone scadente di un’altra. La ripetizione, insomma, non è mai una buona cosa.
Il cinema ha provato a raccontarlo anche fuor di metafora, immaginando scenari in cui la ripetizione non è soltanto una sensazione, ma una circostanza reale. Ho pensato subito a Ricomincio da capo – e come poteva essere altrimenti? – il caso più famoso in cui qualcuno si trovi a rivivere sempre lo stesso giorno. Il secondo titolo a venirmi in mente è stato Palm Springs, e lì mi sono fermato. Al secondo titolo della mia lista sono rimasto a pensarci così tanto che ho avuto voglia di rivederlo.

Palm Springs è una commedia di fantascienza – in cui la fantascienza è giusto la cornice per giustificare la sospensione del tempo, per il resto è tutta commedia e anche molto romantica – uscita nel 2020. Ottimo responso della critica, qualche premio importante, non a caso presentata al Sundance. Qui ogni giorno può finire in modo diverso, ma ricomincia sempre uguale: Nyles si sveglia sempre nello stesso letto, allo stesso modo, in quello stesso 9 novembre che è la data del matrimonio della migliore amica della sua ragazza.
Arriva sempre il momento, in un film del genere, in cui il protagonista decide di provare ognuna di quelle cose che in una vita “normale” non faresti mai, perché tanto sa che non ha più nulla da perdere: né gli affetti, né la dignità, e nemmeno la vita. Dopotutto, domani non è un altro giorno ma le lancette torneranno indietro di ventiquattro ore e allora sarà come se niente fosse mai successo. È ciò che dà il via alla linea comica. Ma pur nella commedia arriva comunque il dramma: perché vivere per sempre lo stesso giorno, anche il migliore dei tuoi giorni, poi diventa insopportabile.
Il passo successivo è uscirne fuori. Trovare il modo di sbloccare l’ingranaggio che si è rotto e mandare avanti l’orologio. La ripetizione, dicevamo, porta sempre con sé un’impronta negativa. Se non serve a metterti in allarme o a fare da monito, se non vuole impartire un insegnamento o suggerirti che devi cambiare rotta, nella migliore delle ipotesi finisce con l’annoiarti. Anche perché non si arriva da nessuna parte se puntualmente ti ritrovi nello stesso posto di ieri, e non dico solo in senso figurato. Perciò, in ogni storia, qualsiasi protagonista alla fine non desidera altro che svegliarsi in un giorno diverso.
Anch’io sono stato contento di svegliarmi e constatare che era tutto un sogno. Chissà cosa sarebbe successo se avessi continuato a dormire, quale finimondo sarei stato costretto a rivivere. Per fortuna non ho dovuto scoprirlo. In vita mia non ho mai desiderato di tornare indietro a un periodo più felice, detesto persino i sogni ricorrenti, figuriamo poi i déjà vu. Su questo la penso come nei film: anche se è stato bello, preferisco andare avanti, grazie.






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