Sulle prime ho pensato che fosse una caramella. Si sentiva quel rumore tipico di una caramella dura che viene schiacciata tra i denti e si scioglie in pezzettini minuscoli. Nonna ci andava matta, per le caramelle. Era così forte, così intenso, che pensai che si sarebbe spaccata i denti (va a finire che te li spacco io).

All’inizio solo un paio di volte, qua e là durante il giorno, poi tre, quattro, cinque, sempre più di frequente. Persino mentre eravamo a tavola. Ma è mai possibile, dicevo io, che abbia sempre una caramella in bocca? Perciò iniziai a nascondergliele tutte. E ci riuscii, le trovai fino all’ultima. Nella borsa, nelle tasche della vestaglia, avvolte in un fazzoletto di carta arrotolato su sé stesso. Dritte dritte nella spazzatura.

Ma quella invece continuava.

Sarà la memoria masticativa, pensai io, semmai ne esista una. La bocca ci ha fatto l’abitudine e quindi va avanti per fatti suoi. Prima o poi smetterà (altrimenti ti ci costringo).

Ma non smise.

Mi chiesi, allora, è possibile che non abbia mai avuto niente in bocca? Se non fossero sempre stati denti, sempre e solo i denti. Che frizionavano su sé stessi, l’uno contro l’altro, a strofinarsi, a strisciare quelli di sopra su quelli di sotto. Nonna diceva che era giusto per fare qualcosa, come si dice?, un passatempo. Ma vi pare che sia una cosa normale? Voglio dire, io che di normalità non me ne intendo, che sia una cosa sana, una cosa giusta?

E così faceva, giorno e notte. Andò avanti talmente tanto, e talmente in fretta, che si arrivò al punto di non ritorno: non si fermava più. Ti consumerai i denti, le dissi. Si sarebbero erosi, come piccole montagnette, e non le sarebbe rimasto altro che le gengive (però magari, così fosse, ci sto sperando che finalmente si spacchino).

Da una stanza all’altra, sentivo quel rumore. Si appoggiava sulla televisione, interferiva con gli auricolari, fuoriusciva dalla padella con lo sfrigolio dell’olio bollente. Nel silenzio, mi penetrava dentro le mani. Me le scorticavo per non prendermela con nient’altro. Perciò, una notte ho preso coraggio e sono entrato nella sua camera.

Nonna? Nonna? Si sveglierà tutto il palazzo. Ma non mi sentiva. Non poteva sentirmi: più le andavo vicino e più il rumore si faceva forte. Le ho messo le mani in faccia per fermarli, ma quelli continuavano, continuavano. Le ho infilato i pollici in bocca per aprirgliela, mentre schiacciavo le altre dita sul viso. Ho tirato, e ho tirato, le estremità delle labbra tese fino alle orecchie (ti strappo via tutto, la pelle, la carne, vediamo se la smetti).

E allora ho visto.

Ho visto i denti che si massacravano, facevano a botte tra di loro, si prendevano a pugni da ogni parte. Era la rissa dei grandi saldi, la baraonda di un allarme bomba, il putiferio dell’ora di punta. C’era un rumore così assordante, così accecante, così tutt’insieme, che nello stesso istante faceva il fischio di una metropolitana, il graffio delle unghie su una lavagna e l’urlo di una gatta in calore. Non avevo mai sentito così tanto schifo.

Ho richiuso la bocca e rimesso tutto a posto, le labbra dove dovevano stare, e sono andato a sedermi. Sarò paziente. Aspetterò che finisca.

In casa non si riusciva più a parlare. Qualunque cosa dicessimo, io non la sentivo. Il rumore copriva ogni parola, ogni musica, ogni suono, l’aspirapolvere, il frullatore, la doccia, il campanello, i pensieri. Di tanto in tanto nonna mi guardava, e rideva. Pensava che le volessi ancora bene, e rideva (non c’è niente da ridere, ti prenderei a martellate) e quando lo faceva potevo vederli di nuovo. Avanti e indietro, su e giù, una scazzottata continua.

Una volta che eravamo a tavola, solo io e lei, ho perso la testa. Il suo piatto si svuotava un boccone alla volta, s’infilava la forchetta in bocca e il cibo spariva, maciullato dall’inerzia dei suoi denti facinorosi. Io potevo solo stare a sentirla, senza mangiare. Le mie mani erano ridotte a una lunga striscia di sangue, se avessi avuto ancora un pezzetto di pelle me lo sarei tirato via, e forse sarebbe stato meglio. Dev’essere stato per questo motivo, perché non avevo più nient’altro da afferrare, che le ho sfilato la forchetta di mano e le ho infilzato una guancia.

(che cosa ho fatto, che ho fatto, te lo sei meritato, adesso la smetti).

È stato allora che ho visto l’orrore. Mia nonna ha estratto la forchetta senza fare una piega, l’ha poggiata sul tavolo, mi ha guardato e ha sorriso. Un sorriso enorme. Voleva che li vedessi tutti. I suoi denti. Quei denti talmente violenti, così esuberanti, così neri, storti, larghi, traballanti, si sono fatti grossi e sono usciti dalla bocca. Non era più un sorriso, erano soltanto denti. Una faccia completamente dentuta (pazienta, pazienta, adesso finisce, ma vuoi farmi proprio incazzare). Guardavo davanti a me per non vedere dove sarebbero potuti arrivare. Dovevo soltanto andarmene, perché, di fronte a una cosa così, che fai? Se neanche una forchetta piantata in viso può fermarla, quali speranze ho? E mentre provavo ad alzarmi, l’ho sentita: con le sue mani addosso, nonna se ne stava in piedi, dietro di me, e mi teneva le spalle. Non mi faceva muovere, voleva che io guardassi.

Ho reclinato la testa verso di lei per supplicarla, ma quella s’è messa a ridere, di nuovo. E ridendo e ridendo sempre di più, i denti le sono scivolati via dalla testa. Un’intera pioggia di denti tutta su di me. Le sue mani piantate sulle spalle, a tenermi giù, immobile, la testa piegata indietro e una marea di denti a cascarmi in faccia. Rimbalzavano sulla tavola, a terra, il pavimento iniziava a ricoprirsi di denti – e quella rideva, rideva, però senza risate. Non so come facessero, ma continuavano a strusciarsi tra di loro. Stavano provando a mangiarsi a vicenda. E il rumore! Mentre il livello dei denti saliva su lungo le ginocchia, sentivo già il brivido raccapricciante di quando sarebbero arrivati alle mie orecchie (ti prego no, ora basta, no). Perciò ho dovuto farlo. Mi sono liberato, le ho afferrato la testa per i capelli e gliel’ho sbattuta dentro al piatto.

La pioggia è terminata. Nonna è rimasta così, la testa affogata nella zuppa di legumi con qualche dentino che galleggiava in superficie tra i crostini. Dio santo fa che non sia morta. Però il rumore era scomparso.

Ho preso il telefono per chiamare mia madre, mamma vieni ti prego nonna non sta bene, non lo so che cos’ ha, è svenuta dentro al piatto, vieni ti prego, e così dicendo andavo avanti e indietro, avanti e indietro, tutta la casa avanti e indietro, ti prego mamma quando arrivi.

Mia madre non ci poteva credere. Neanche io, a dire il vero. Nonna stava mangiando la zuppa, buona buona, senza fare un fiato. Un fischio, un graffio, un urlo, zero.

«Mah, non so che dire».

Neanche io, si sarà ripresa. Com’è strano. Mi son seduto al mio posto, per studiarla meglio. Davvero, stava bene. E i denti? Sembravano tutti al loro posto. Nella mia zuppa non ce n’era neanche uno. Quasi quasi la assaggio, ho pensato. Il cucchiaio stava per toccarmi la lingua quando l’ho sentito: un risucchio. Nonna stava succhiando la zuppa con le labbra. In quel momento mi sono spezzato un dente. Non del tutto, ma un pezzettino piccolo, all’interno di un dente, è venuto via. Me lo sono ritrovato a gironzolarmi in bocca. L’ho sputato, me lo sono rigirato tra le mani, lo guardavo e poi ho guardato lei. Non so come, ma l’aveva fatto apposta.

Faceva finta di succhiare la sua zuppa ma c’entrava lei in tutto questo.

Ho tastato la cavità lasciata dal pezzettino di dente con la lingua, come se volessi sondarla, tracciarne meglio i confini, stimare il danno. Ci sono stato su un bel po’ di tempo, così tanto che la zuppa s’è freddata, ma non mi interessava più ormai. Alla sera stavo ancora conducendo la mia indagine, la lingua non s’era fermata un attimo. Una speleologa instancabile decisa a mappare la caverna. Presto ho cominciato anche a sentirla. A ogni colpo che batteva sul dente, potevo sentire i rintocchi. Il tuono. Il rimbombo.

Adesso sento soltanto questo, tutto il giorno, nella mia testa. La lingua che batte contro il dente spezzato. E aspetto il giorno in cui i miei denti inizieranno a sfaldarsi, un pezzettino alla volta.

Il racconto fa parte della serie Questa casa è spaventosa.
Ossessioni, capitolo 1.

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