Per me, come per molti altri della mia generazione, l’animazione è sempre stata fondamentalmente di due tipi: i lungometraggi della Disney e i cartoni animati alla tv. In queste due macrocategorie possiamo fare tutte le distinzioni che vogliamo – come tra lo stile giapponese e le serie per adulti tipo I Simpson, oppure tra un classico propriamente Disney o un prodotto Pixar (che comunque oggi sempre Disney è) – ma bene o male queste due tipologie hanno segnato i canoni di quello che generalmente intendiamo per animazione. Perlomeno fino a un certo punto.

Se questo è quello con cui siamo cresciuti, c’è poi dell’altro che presto o tardi è entrato nelle nostre vite. A chi prima e a chi dopo. Per me, tanto per dire, il momento in cui ho capito che poteva esserci un’altra strada oltre La bella addormentata, oltre Toy Story, oltre Lady Oscar è stato quando ho visto per la prima volta Persepolis.

Avevo in mente di scrivere tutt’altro in questi giorni, ma poi è successo quello che è successo, e Marjane Satrapi se n’è andata. Dicono per una lunga sofferenza inferta dalla scomparsa del suo compagno – una morte che sembra appartenere a un romanzo di un’altra epoca, e che forse non è neanche tanto insolita per uno spirito come il suo, che ha raccontato un passato presente tanto lontano quanto contemporaneo. Ricordandoci che tutto passa ma non se ne va, e rimane sempre perennemente attuale.

Ecco, per me Marjane Satrapi ha questo merito qui: di avermi fatto scoprire che un altro tipo di animazione, che un altro tipo di racconto per immagini era possibile. Non dico che sia stata la prima a fare ciò che ha fatto, lo so che non è storicamente vero. Dico solo che le attribuisco un merito soggettivo, dal mio punto di vista.

Però, penso anche se Persepolis non fosse quel gran bel film che è, io un’altra strada non l’avrei mai percorsa. È un po’ come andare a scuola e avere degli insegnanti tremendi: è difficile poi che ti appassioni alla materia. Ma se invece il tuo primo incontro è così carico di promesse e di meraviglia, allora è tanto più probabile che su quella strada continuerai a camminarci. Ecco, questo possiamo dire che è un merito che non le riconosco solo io. Persepolis è per il gran pubblico un film speciale, oltre che un’eccellente graphic novel.

E non solo per il tratto, per lo stile, per il disegno – che comunque è diventato subito caratteristico e immediatamente riconoscibile. Persepolis ha la capacità di raccontare una storia, e della sua protagonista, con cui è facilissimo andare d’accordo, perché ha quella virtù che sanno avere le storie e i personaggi universali. Ma è anche profondamente radicato nel suo contesto, quello dell’Iran della rivoluzione e delle sue ancora vive conseguenze. Non è qualcosa che avrebbe potuto svolgersi anche altrove, o essere ambientato in un altro tempo, perché è la storia di quel Paese e di quel momento. Anzi, è anche un ottimo documento per chi voglia saperne di più da una voce che parla dall’interno, senza avere però la pretesa di essere un documentario, senza la crudeltà di un reportage. È un biopic – perché di biografia vera e vissuta dell’autrice si tratta – che non si presenta in quanto tale. Arriva a noi come il racconto di un coming of age contemporaneo, che ci stordisce con la sua leggerezza e l’autoironia per farci vedere ancora meglio le atrocità che descrive.

Lo so, Marjane Satrapi non è solo Persepolis, eppure è da lì che tutto è cominciato. Per lei, per noi, e anche per me. La metto anche sul piano personale: questa è la storia di un mio primo amore. È dopo Persepolis che mi sono avvicinato a Miyazaki, a Satoshi Kon, a Sylvain Chomet. Forse lo avrei fatto comunque, magari ci avrei messo qualche anno in più, magari mi sai perso quello che è uno dei miei film del cuore. Ma è così che andata. E per me è stata la rivelazione. La scoperta che c’è anche dell’altro oltre al mainstream e ai linguaggi tradizionalmente predominanti. E che tutto questo può essere ugualmente meraviglioso – se non, a volte, anche di più.

Tutto quello che posso fare adesso è soltanto guardare Persepolis di nuovo, ancora una volta.

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