Ogni mattina mi sveglio con qualcosa in più vicino al letto rispetto a quanto ricordassi la sera prima.

Io non riconosco mai quando cominciano le cose. Me ne accorgo sempre quando ci sono già dentro. E mi chiedo: se invece me ne fossi accorto fin dall’inizio, sarebbe cambiato qualcosa?

Ci penso mentre osservo l’ennesima sostituzione.

Mia madre sta rimpiazzando i vecchi mestoli in metallo con dei nuovi in plastica.

«Questi sono più resistenti, dureranno più a lungo».

Sarà, ma a me sembrava che quelli di prima fossero ancora buoni. Facevano il loro dovere, non si sono mai rotti, piegati o deformati, ed erano facili da pulire. Su quelli, invece, si attacca qualunque cosa. Sono pieni di residui, di formaggio, olio, farina, e non se ne vanno via con niente. Ci ho anche provato, ma le nuove spugne non fanno granché. Strofini, strofini, e non cambia niente. Mamma dice che come prima non ne fanno più, quindi accontentiamoci di queste nuove. Ci ha riempito tutto un cassetto, e non si vede neanche più che cosa c’è sul fondo.

I nuovi mestoli sono arrivati insieme ai nuovi canovacci, i nuovi cuscini per le sedie, le nuove bottiglie di vetro, i nuovi dispenser per il sapone, ma dopo i nuovi fili per il bucato, i nuovi sottovasi, i nuovi copridivano, i nuovi sottobicchieri, i nuovi posacenere e i nuovi portachiavi da parete. Stanno tutti in fila uno accanto all’altro, come dei bravi soldatini. Si scelgono un punto della casa e lo presidiano. Mamma dice che rinfrescano, ravvivano, che fa bene guardare cose nuove. Io non so più neanche dove girarmi a volte. C’è di vero che sono arrivate per una ragione diversa da quella per cui sono stati pensati. In questa casa un mestolo non è più semplicemente un mestolo.

È cominciato tutto con il matrimonio, ora lo so. Mamma aveva acquistato una marea di addobbi come se dovessimo festeggiarlo in casa. Portaconfetti con coperchio, tovaglie in stoffa lunghe fino al pavimento, tovaglie di carta, vasi per i fiori, piante senza fiori: tutto per il diletto di qualche ospite e per il tempo di qualche foto che è andata a finire in chissà quale album su chissà quale scaffale. Ecco la sposa, quanto è bella, guarda di qua, clic, sorridi, ancora un’altra, clic, s’avvia per le scale, ed è tutto finito. E ora che se n’è andata, che ce ne facciamo di tutto questo nastro bianco e glicine?

Io pensavo che, una volta che la stanza di mia sorella fosse stata libera, avrei potuto lasciare il divano. Che sarei tornato ad avere una camera tutta mia, per le mie cose, con il mio letto, e una porta da chiudere per rimanere solo.

Invece sul letto sono comparse le prime scatole. Gli addobbi, quelli non c’erano più. Si erano trasferiti in una sistemazione più comoda e compatta.

«Solo per poco, il tempo di mettere in ordine» ha detto mamma. Va bene, ho pensato. Giorno più, giorno meno, cosa ci cambia? Il tempo di dare a ogni cosa il suo posto. Teniamola chiusa, questa stanza, così non si rovina.

Intanto i fiori appassivano e le piante marcivano. All’improvviso sono subentrati dei surrogati in plastica. Mamma ci ha riempito ogni vaso, anfora o caraffa e poi li ha disseminati su tutto il territorio. Danno colore, diceva. In questa casa ce ne vuole.

Improvvisamente, i suoi cappelli non le piacevano più. Le borse, le sciarpe, i guanti nemmeno. Via tutto. Adesso c’è bisogno di più calore e più morbidezza. In salotto sono sbarcati centotrentadue gomitoli di ciniglia di ogni colore. Ma per farne qualcosa abbiamo bisogno anche di ferri nuovi: circolari, dritti, a punta, un esercito di arnesi ha scalzato i precedenti e occupato il territorio. Un po’ alla volta, tutto ciò che avevamo prima stava scomparendo. Tutto ciò che ricordo esserci sempre stato, da quando giocavo da piccolo sul pavimento a quando studiavo con il libro in mano camminando avanti e indietro. Le cose più piccole, e poi anche quelle più grandi. Lo scrittoio: vecchio. La panca: ha i tarli. Lo scaletto: traballa.

Per ognuna di loro che se ne andava, ne arrivavano altre cento, altre mille. La poltrona è scomparsa sotto la mole delle coperte. Il forno non si può più accendere, ci sono troppe pentole che non sapremmo dove altro mettere. Adesso mangiamo pure all’impiedi, il tavolo serve a dare ristoro ai tupperware. Mamma dice che è questione di riorganizzazione, e nessuno batte ciglio. Intanto lo spazio in casa ha iniziato a ridursi. Non sono le pareti o il soffitto, è lo spazio tra di noi che si sta assottigliando. Ovunque stiamo lasciando centimetri, e della camera di mia sorella non so più niente. Lì non si va, quella resta chiusa, il tempo di rimettere a posto, bisogna prima capire come sistemare.

Io però aspettavo il momento in cui ne avrei preso possesso. Pensavo che mi spettasse di diritto, avere un letto mio come tutti. Ma i giorni passavano, e io mi ci tenevo alla larga. Non per volontà, ma per mancanza di alternative. Il corridoio era diventato inespugnabile, una fortezza inanimata che – ora lo so – difendeva qualcosa. Per passarci bisognava girarsi di lato e camminare come i granchi. Ci ho rinunciato fino a quando non mi sono accorto che qualcosa era cambiato. Il pavimento andava in pendenza. Ripiegava verso il basso, come una discesa. Allora ho deciso di andare a vedere da vicino. Disarmato com’ero, l’ho attraversato fino in fondo. E avevo ragione: il pavimento stava cedendo. La porta della stanza di mia sorella si era curvata in avanti, pareva che stesse per scoppiare.

Non so dire il terrore, la sorpresa, l’impulso che ho avuto di aprirla, o forse il sospetto di ciò che sapevo già. Tutto ciò che avevamo sempre avuto, era proprio dietro la porta. È bastato girare la chiave perché cadesse in avanti sotto il peso di una vita intera. Tutte le cose che avevamo sostituito, non se n’erano realmente andate. Erano state ricollocate. Scatole, recipienti e contenitori. La puzza dei fiori imputriditi del matrimonio.

Questo è il momento in cui tutto finisce, mi sono detto: ora lo so. Ora andrà tutto via. Non importa quanti contingenti ci siano, dovranno vedersela tutti con me. Non importa se gli attaccapanni piantonano l’ingresso, se i tappeti proteggono le mattonelle, se le cineserie sorvegliano il soggiorno. Torneranno tutti da dove sono arrivati.

L’ho detto a mamma, che ora so tutto. Questa roba inutile deve sparire. Tutto il superfluo, non m’importa come, ma deve ritirarsi. Basta con le chincaglierie in plastica, basta con i soprammobili scadenti, basta con la roba che si siede al posto nostro sulle sedie.

È rimasta senza parlare, immobile nell’unico metro quadro ancora libero della cucina. L’ho lasciata lì per un giorno e una notte. Quando mi sono svegliato era ancora lì. Tutto il resto, però, non c’era più.

Tutto quello che di nuovo era subentrato dal giorno di festa, il giorno più felice, si era dissolto. Incredibilmente, l’avevo avuta vinta. Ogni cosa era tornata dov’era e dove doveva essere. O quasi.

Mamma teneva qualcosa tra le mani. Me la porge: è una scatola.

«Avevi ragione tu, dobbiamo fare spazio». Do un’occhiata dentro. C’erano le mie cose. È tutto lì, mi dice. Che strano, pensavo di averne di più. Mi allunga del nastro giallo sbiadito. Lentamente, richiudo. Sigilla, così, esatto, per bene, mi dice. Chiudi tutto. E quando ho finito, mi guarda.

Lo so. So già dove devo metterla.

Il racconto fa parte della serie Questa casa è spaventosa.
Ossessioni, capitolo 2.

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