Tre giorni fa è stato il mio compleanno. Avevo deciso di non festeggiare, che del resto per me non è una novità. Era un normale lunedì lavorativo, molti dei miei amici sono sparsi per l’Italia e molti di quelli che invece sono qui hanno figli piccoli. Insomma, la vita di un trentenne single.

Qualcuno mi ha chiesto come volessi trascorrere la giornata, come e con chi avrei spento le candeline. Ho dato a tutti la stessa risposta: niente di che, è un giorno come un altro. E poi sono uno a cui non piace organizzare. E poi ci resto male se gli amici non riescono a venire.

Ma non è proprio di questo che voglio parlare. Lo so, i miei articoli ultimamente assomigliano a delle puntate dei Simpson, che partono in un modo e proseguono in tutt’altra direzione. Ma se mi seguite forse vedrete che c’è un collegamento come l’ho visto io.

Dunque, la amica Thelma ci è rimasta un po’ male quando ha saputo che non ci saremmo visti il giorno del mio compleanno. Di fronte alla sua reazione, ho dovuto spiegarle quello che per me era evidente: cioè, tutto quanto già detto sopra. Che sarebbe stato complicato riunire le persone che avrei voluto accanto in quel giorno, e ho preferito così lasciar perdere.

Allora lei ha cambiato tono, e la sua risposta mi ha fatto capire una cosa. Mi ha detto che, senza spiegare le ragioni della mia scelta, potevo dare l’impressione di non voler vedere nessuno, quand’invece era proprio il contrario. Thelma, che è la mia croce e delizia, mi ha aperto gli occhi. I nostri comportamenti non sono sempre così lampanti, così comprensibili, anche quando crediamo che lo siano. Anzi, a volte esistono due versioni della stessa storia: una è la nostra, e un’altra sta nell’immagine che restituiamo agli altri. Quello che sentiamo e come questo invece viene interpretato.

Vi sembrerà un volo pindarico, probabilmente, ma mi ha fatto subito pensare a un film che ho appena visto. L’ho trovato su MUBI, l’avevo messo in lista soltanto sulla base del titolo, senza sapere granché: Witches. Avevo letto che si trattava di un documentario, pensavo si riferisse alla rappresentazione delle streghe sul piccolo e grande schermo attraverso i decenni. E invece era tutt’altro.

Ve lo racconto in breve: la regista, Elizabeth Sankey, parte proprio dalle streghe, dalla sua fascinazione per questa figura misteriosa e millenaria, a volte buona e a volte cattiva, a volte affascinante e a volte orrenda, ma sempre donna. La sua voce accompagna fin dall’inizio una serie di immagini funzionali al suo racconto, estrapolate da celebri film e serie tv. Ma, anche nel suo caso, le premesse non conducono dritte al punto. La nostra Elizabeth la prende alla larga – e su questo abbiamo una cosa in comune.

Insomma, l’argomento principale è un altro ed è direttamente correlato alla sua esperienza personale. Non è un mistero che il film parli di depressione post-partum, ansia, psicosi, ricoveri ospedalieri: tutte cose che lei ha vissuto sulla propria pelle e che può raccontare da un punto di vista esclusivo. Insieme a lei, ci sono altre donne che ha incontrato lungo questo percorso, che come lei hanno vissuto gli stessi disturbi, che l’hanno poi aiutata nella sua guarigione, e che infine si sono prestate a sedersi davanti alla macchina da presa per parlarne.

Quel che Elizabeth Sankey intende fare è collegare la figura storica della strega ai temi della salute mentale femminile, ma non è una relazione arbitraria e artificiosa. Una volta che si conosce la storia di queste donne, che si leggono le testimonianze – donne vere, donne realmente esistite, donne di cui sappiamo con certezza che furono condannate a una morte atroce – la connessione appare ancora più evidente. La parte più memorabile è proprio quando la regista fa leggere alle sue amiche e interlocutrici le storie di queste donne, le diagnosi di una mostruosità che le ha condotte al rogo, e loro non possono fare a meno di pensare: avrei potuto essere io. Questa donna qui, questa strega, tre o quattrocento anni fa, avrei potuto essere proprio io.

Witches ci mostra come le streghe della storia siano troppo spesso delle donne considerate ingestibili, instabili o fuori dalle aspettative sociali, a volte mentalmente fragili o sessualmente libere. Quelle che non rientrano nell’immagine precostruita della madre accudente e sempre felice per il solo fatto di essere appunto una madre.

Per secoli molte esperienze femminili reali — depressione, trauma, desiderio di autonomia, maternità difficile — sono state trasformate culturalmente in qualcosa di mostruoso o soprannaturale. La strega era quindi il contenitore di tutte le paure collettive verso le donne che non rientravano nel ruolo che era stato previsto per loro.

Ma le streghe non se ne sono andate. Non sono semplicemente sparite, cancellate dalla faccia della terra dall’azione dell’Inquisizione. Le stesse donne che un tempo venivano tacciate di stregoneria oggi passano attraverso la stigmatizzazione psicologica e sociale. La caccia alle streghe si trasforma in pregiudizio e isolamento. Insomma, abbiamo solo trovato altri modi, meno barbari e comunque insensibili, di nascondere queste esperienze per non doverle vedere, per non parlarne, per non distruggere le immagini che ci hanno sempre confortato. La strega buona e la strega cattiva.

Le stesse immagini che Sankey usa tra una conversazione e l’altra, che all’inizio, partendo da Il mago di Oz, fungono da citazione. Poi diventano qualcos’altro: agiscono come memoria culturale. E, alla fine, si trasformano ancora. La figura della strega cambia significato. Non è più soltanto una donna da allontanare, da temere, da punire, ma diventa simbolo di sopravvivenza, di solidarietà femminile, di rifiuto delle aspettative. Sankey ci dice che nessuna donna – o meglio, nessuna strega – sceglierebbe di essere quella cattiva. Questo, semmai, è il marchio che le appone la società quando non riesce a gestirla. Se guardiamo bene, però, ci accorgiamo che esiste un altro lato della stessa storia. Magari non è sempre quello più visibile o comprensibile, ma per conoscerlo basta saper ascoltare.

È un bel volo pindarico, lo so, ma ne valeva la pena. Non sto parlando di me, ma di Witches: vale davvero la pena guardarlo.

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