Non c’erano sempre stati, i gabbiani. Questa è la prima cosa che ricordo, e forse l’unica che possa dire con assoluta certezza: che i gabbiani non c’erano sempre stati. C’erano stati sempre in città, intorno al porto, sui tetti degli alberghi che davano sul mare, ma attorno casa mia no. Sono arrivati dopo. Collegare un dopo a un quando, però, non saprei, non mi viene facile. Sicuramente dopo di me. Io sono arrivato prima. Me ne ricorderei, se uscendo di casa, da piccolo, li avessi visti sorvolarmi la testa. Me ne ricorderei, se li avessi già visti, come li vedo ora, dal balcone del mio soggiorno, come vedo gli altri appartamenti, e la scuola, e gli alberi che mia nonna dice le abbiano fatto dispetto solo per impedirle la visuale. Me ne ricorderei.
Me ne ricorderei?
Sto iniziando a vacillare. Perché quando ho iniziato ero sicuro, e poi da quando l’ho detto ad alta voce con sicurezza non lo sono più così tanto. Il fatto è che non riesco a ricordare il momento in cui siamo diventati dirimpettai, e se solo riuscissi a stabilire un quando. Per certo posso dire questo: ho sempre conosciuto i loro versi. I gabbiani li riconosci, come pochi uccelli emettono un verso comune e distinguibile. Forse era nella mia memoria prima ancora che si trasferissero qui.
Il primo momento specifico, preciso – il primo quando nel mio calendario interiore – è stato per via di mia madre. Io ero già venuto a vivere in soggiorno, avevo già preso possesso di questa zona franca, di questa dogana ininterrotta senza pedaggi e senza sosta, quando mia madre ha detto:
«Sono vicinissimi».
Stava guardando di fuori, un attimo ed è rientrata. Penso che sia stato allora. Io vorrei dirlo, vorrei saperlo, se ci fossero davvero anche da prima, perché per me cambierebbe tutto. Penso che sia colpa di mia madre: perché prima di lei, prima che lei parlasse, c’eravamo soltanto noi, e io, e la scuola, e gli alberi, e le solite persone, e adesso ci sono anche loro. Questo significa che non me ne ero mai davvero accorto? Significa che non me ne ricordo? O significa che davvero sono arrivati soltanto adesso? Sto pensando, e non vorrei, che magari non c’è nessun prima e nessun dopo. Ma c’è un ora, e ora sono vicinissimi. Mia madre lo ha detto con orrore, e adesso ne ho paura.
Mi comporto come se non ne avessi. Faccio finta di dedicarmi a qualcos’altro per sembrare disinteressato, ma la verità è che non riesco a smettere di pensarci. Trovo mille ragioni per fare soltanto quelle cose che mi portano fuori, sul balcone, per cui stendo i panni, controllo ossessivamente il loro livello di asciugatura, intanto avvio una nuova lavatrice, e poi le piante. Innaffio le piante ventisette volte al giorno. Stanno già morendo, ma qualcuno doveva pur sacrificarsi. Ci metto pochi secondi, il tempo che possano vedermi, capire che qui c’è qualcuno, che questa casa è già occupata, che noi siamo qui e loro non possono avvicinarsi, ma meno di quanto ci vorrebbe perché mi vedano davvero. Perché mettano in atto una strategia, e capiscano che possono farcela. Mi sto difendendo, ma non abbastanza.
Stamattina uno di loro ha squartato un piccione. Se l’è spizzicato, ma non l’ha fatto per fame: gli teneva una zampa sopra per immobilizzarlo, il povero piccione provava a scappare, ma quella bestia nel frattempo se lo mangiava. Non lo guardava neanche. Lo teneva fermo e gli strappava via un pezzo alla volta, e il piccione intanto si sbatteva, poi sempre meno, ancora di meno, finché non si è mosso più. Alla fine, era irriconoscibile. Poteva essere la carcassa di qualunque altro animale, c’erano solo frattaglie e piume. L’ho osservato per tutto il tempo, non lo so perché, sto provando a dirlo: ero curioso? Lo stavo studiando? Questo è quello che mi racconto. Ma posso dirlo, che in realtà avevo anch’io la sua zampa su di me, e non era palmata: aveva gli artigli, lo giuro, tre dita con unghie enormi, e non potevo muovermi. Ero paralizzato. Ho paura che, se lo dicessi ad alta voce, potrebbero sentirmi, e allora saprebbero.
Ma loro sanno già. Quando ha finito col piccione, il gabbiano lo ha buttato via. Lo ha lanciato di sotto con la stessa zampa con cui lo aveva bloccato, e s’è girato verso di me. Mi ha guardato, mentre i resti del suo pranzo strisciavano con crudeltà lungo il muro della scuola di fronte. Aveva il becco completamente rosso. Davvero mi stava guardando, e io ho capito: il piccione era dovuto morire perché io sapessi di cosa fosse capace. I suoi resti avevano lasciato una scia di sangue e miseria che sarebbe rimasta lì perché anche tutti gli altri sapessero.
L’unica a sapere già anche prima era mia madre. Perciò le erano bastate poche parole. Aveva colto il senso della vicinanza, e adesso l’ho compreso anch’io. Questo posso dire, davvero con certezza: che prima erano altrove, e adesso sono qui. Vicini. Lei e i gabbiani si sono parlati, si sono scambiati informazioni sulla zona, sui nostri vicini, su di me. Mia madre gli ha promesso suo figlio in cambio dell’incolumità del resto della famiglia, e i gabbiani le hanno promesso che non le faranno niente se le lasciano prendere uno solo di noi, solo uno, almeno uno. Ha venduto i nostri vicini come merce di sopravvivenza, e loro non lo sanno. Non sanno che un giorno, all’improvviso, i gabbiani voleranno sui loro balconi spalancati e inizieranno a strappargli un pezzo alla volta – o forse gli chiederanno chi intendono sacrificare, ne basta uno, come hanno fatto con mia madre. Non hanno davvero fame. Ma che si sappia chi è comanda, adesso.
O forse è stata mia madre la prima ad avvicinarsi. Forse è stata lei, a chiedergli di spaventarmi. Perciò ha detto quelle parole, perciò non ha detto altro, perché iniziassi ad avere paura, e i gabbiani finiranno l’opera. Non dovranno spizzicarmi per davvero, ma è sufficiente che io abbia paura, e un po’ alla volta finiranno per torturarmi, finché i miei capelli non saranno bianchi, e non avrò più il controllo della vescica, e il cuore accelererà e poi schizzerà fuori (lo mangeranno?) e io sarò paralizzato.
«Dobbiamo tenerle chiuse».
Ha detto. Si riferiva alle persiane. Se sono chiuse, non possono entrare. Quindi, anche lei ha paura? Mia madre non è loro complice. Non mi ha venduto a loro, e non sta cercando di sbarazzarsi di me. Abbiamo paura entrambi. Dice che ha sentito una storia, che un gabbiano si è portato via un cane. È planato sulla bestiolina e se l’è portato via, chissà dove. Stavolta per fame, pare. Era un cagnetto piccino, come i nostri, e mamma ha timore che possa accadergli qualcosa. Quindi non l’ha fatto per me. Forse ancora non sa del piccione, e che io l’ho visto, e questo potrebbe darmi un vantaggio. Adesso io so, e posso provare a difendermi. Intanto le persiane sembrano funzionare: per ore non si è più visto un gabbiano.
Quando i bambini sono usciti da scuola c’era ancora la carcassa del volatile spiaccicata a terra. Nessuno l’aveva toccata. Qualcuno se n’è accorto, e ha iniziato a giocherellarci. Uno di loro ci ha messo sopra un piede. La mamma ha urlato e se l’è tirato via, le altre hanno fatto seguito. In pochi secondi il cortile era vuoto, le budella sparpagliate dappertutto. Era diventato un bagno di sangue. Il gabbiano era lì, sul tetto, e stava osservando.

Il racconto fa parte della serie Questa casa è spaventosa.
Invasioni, capitolo 2.





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