Quando Julia Roberts andò a girare Mangia prega ama a Napoli, la scenografia naturale della città fu aumentata per renderla ancora più folcloristica. Come dire: non era abbastanza napoletana. I panni stesi ad asciugare al sole, sui fili del bucato che sporgono fuori ai balconi degli appartamenti nei vicoli, dovevano essere di più. E così fecero. Li moltiplicarono ad arte. Non bastava che il capoluogo partenopeo fosse ridotto a poco più che un assaggio di pizza, no: Hollywood voleva anche il folklore. O meglio, quella che ha sempre pensato fosse l’immagine del nostro folklore.

Ci ho ripensato vedendo Un altro piccolo favore lo scorso weekend. Non avevo mai visto Un piccolo favore fino a qualche mese fa, quando cercavo una commedia leggera per distrarmi, e mi sono detto: perché no? E non avevo ancora visto il suo sequel praticamente fino a ora. Nonostante i segnali indicassero forte e chiaro che non avrei dovuto farlo (avete presente quegli spezzoni che giravano sui social esattamente un anno fa? Ecco, quelli sono più che sufficienti a farsi un’idea di tutto l’insieme).

Allora, perché l’ho fatto? Probabilmente perché mi piace farmi del male. E perché mi piace ancora di più poter dire che questo ce l’ho, l’ho visto anch’io, e guadagnarmi il mio posto a tavola in qualsivoglia dibattito sull’argomento. Anche se sull’argomento non c’è molto da dire, se non che, in poche parole, è un brutto film.

Ma un dibattito vorrei aprirlo io invece, proprio qui e proprio ora, e il tema all’ordine del giorno sono i film americani ambientati in Italia.

Esistono diverse categorie di film che l’industria americana viene a girare da noi. Tanto per cominciare, c’è il film d’azione, come The Tourist o The Italian Job. Poi c’è il film storico – o presunto tale, se volete – tipo La passione di Cristo. E poi c’è la commedia romantica.

La commedia romantica americana ambientata in Italia generalmente prevede delle linee guida implicite. Partiamo dalla prima: c’è sempre una donna, magari di mezz’età, che viene in Italia per ritrovare sé stessa. Ovviamente, poi, trova anche l’amore.

Il secondo presupposto è che la protagonista non vada, che ne so, ad Agrigento o in Valle d’Aosta, no: deve andare in un posto che sia già stato testato dalla tradizione, che sia stato già filmato in lungo e in largo, al punto tale da essere non dico riconoscibile, ma più familiare della via di casa nostra. Il terzo è che questo posto diventi anche immagine da cartolina. Quindi ecco Roma con il Colosseo, Venezia con il giro in gondola e, appunto, Napoli coi vicoli e la pizza.

E visto che ci siamo, perché non trasformare tutto in una brodaglia pseudo-culturale al sapore di banalità? Per cui, il luogo della storia diventa anche luogo comune, e il film è praticamente scritto.

Un altro piccolo favore non è propriamente una commedia romantica, ma il pretesto per il viaggio in Italia è comunque un matrimonio. Blake Lively – cioè Emily, o Hope, o Faith, non lo so, mi sono perso – viene a Capri per sposarsi con un italiano. E indovinate un po’? Il suo fidanzato è il rampollo di una famiglia mafiosa. Anche se non siamo Sicilia, che ce frega?

Per fortuna nessuno che mangi la pizza – ma qui siamo a Capri, l’isola del lusso, roba a cinque stelle. Però il classico giro in Vespa non ce lo risparmia nessuno, per fortuna.

Vacanze romane ci ha fatto un danno enorme, bisogna dirlo. Anche se siamo disposti a perdonarlo comunque – e non tanto per la presenza di Audrey Hepburn e Gregory Peck, ma perché è stato un capostipite. E i capostipiti hanno sempre il dono dell’originalità. Il problema è con la tradizione che ha creato. Prendete la Fontana di Trevi: ormai è maledetta per sempre. Chiunque venga a girare a Roma deve farci un passaggio obbligato. Nel 2010 hanno fatto addirittura un film intero che prende le mosse dal lancio delle monete in una fantomatica fontana ispirata a quella di Trevi (si chiama When in Rome, e l’americana in viaggio questa volta è Kristen Bell). E ovviamente neanche Un altro piccolo favore fa eccezione, per cui non sorprende che si concluda proprio ai bordi della Fontana. Poi non ci impressioniamo se Katy Perry viene a buttarci dentro la carta di credito.

Che poi, chi l’ha mai vista la Fontana di Trevi deserta? Ditemelo, vi prego. O la galleria Vittorio Emanuele a Milano, sempre deserta come ne Il diavolo veste Prada 2. Ma a questo punto ditemi anche chi ha mai visto gesticolare qualcuno come suppongono che gesticoliamo noi. La commedia americana in Italia ha un vocabolario di gesti tipici che sono tipici soltanto su pellicola. Nella vita reale sono caduti in disuso da prima che chiunque di noi fosse nato – sempre ammesso che siano davvero esistiti.

Dicono che gli stereotipi facciano comodo per stabilire subito il tono e l’ambientazione. Non serve caratterizzare un personaggio se gesticola mentre parla, preferibilmente a voce alta. Ma abbiamo ancora bisogno di riconoscere l’Italia dagli italiani? Voglio dire, non è sufficiente vedere la laguna veneziana, Piazza di Spagna, o magari semplicemente dire di essere in Italia? Io credo che in realtà la spiegazione sia un’altra: gli americani vogliono vedere quella che immaginano sia l’Italia. Quella che hanno sempre visto nei loro film. Perché quei film sono pensati espressamente per il mercato nazionale, poco importa se poi arrivano da noi e il pubblico italiano gridi al cliché.

Hollywood vuole l’Italia idealizzata. Da chi? Ma da loro stessi, ovviamente. Anche quando un’altra Emily è venuta da noi – quella della serie, che da Parigi ha fatto scalo a Roma – ha ritrovato gli italiani ritardatari, uno smisurato amore per il vino e la ormai classica Fontana di Trevi senza turisti. E sapete qual è la cosa peggiore? Che alla fine storpiano pure i nomi dei posti in cui vengono a girare. Se vedete Un altro piccolo favore in lingua originale – il doppiaggio italiano è da brividi alla schiena – potete sentire che Capri diventa Caprì. Con l’accento finale. Capite? Non si sforzano nemmeno.

Comunque, se volete vedere Un piccolo favore lo trovate su RaiPlay, mentre il sequel è su Prime. Se invece non volete vederlo fate meglio.

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