Ho rivisto Easy Girl su Netflix, prima che lo togliessero dal catalogo. Per chi non l’ha mai visto: credo che sia il primo film da protagonista assoluta di Emma Stone. È lì che l’ho “scoperta” e non l’ho più mollata. Per chi l’ha già visto: potete capirmi. Forse sembra strano, a guardarla così, in una teen comedy, pensare che di lì a non molto avrebbe vinto un Oscar. Eppure ancora prima di Iñárritu, prima di Woody Allen e soprattutto prima di Yorgos Lanthimos, c’era già tutto. Sapeva cantare, essere spiritosa, seducente, irriverente e provocatoria.
L’elogio di Emma Stone però finisce qui, perché non è di lei che voglio parlare. Ho rivisto Easy Girl perché avevo voglia di una commedia, ma anche perché ne avevo un buon ricordo. Confermo tutto: è gradevolissima nel suo genere. Soltanto adesso, però, mi sono reso conto di una cosa.
Sarà perché vengo dal rewatch di Euphoria, che è pur sempre un racconto teen ma a tinte completamente diverse; sarà perché i tempi non erano ancora maturi – che poi, amici miei, è proprio il punto: sta di fatto che Easy Girl racconta un mondo che non esiste più. Quel microcosmo liceale è cambiato così tanto da essere irriconoscibile.
Era soltanto il 2010, sono passati sedici anni da quando Emma Stone fingeva di essere una liceale (si vede benissimo che era già in età da università, ma vabbé), eppure sembrano di più.
Mi spiego: lei, la nostra amica Emma, interpreta una teenager su cui iniziano a circolare voci di presunta promiscuità sessuale. E allora finisce per assecondarle e cambia guardaroba, vestendosi di abiti più succinti. Se li guardaste adesso, pensereste che non sono niente rispetto a quelli di Maddy, di Cassie o di Kat. Non importa che siano realistici o meno, importa quanto sia cambiata la nostra percezione. L’abbigliamento di Emma, sedici anni dopo, non fa così effetto.
Ve ne dico un’altra: c’è un personaggio secondario che tenta disperatamente di nascondere la propria omosessualità, sebbene sembri che ne siano già tutti al corrente. E lo fa per sfuggire a una quotidianità di insulti, sberleffi e bullismi.
Ora, non dico che tutto questo sia superato – sia chiaro, anzi chiarissimo: non lo è affatto – però questa narrazione del ragazzo gay in cui tutto si riduce alla sua paura di fare coming out è datata. Ricorda molto più Dawson’s Creek o Beverly Hills che i teen drama di oggi come Heartstopper e (appunto) Euphoria – in cui pure c’è chi ha paura di uscire allo scoperto, ma con dinamiche molto più inclusive e variegate. Insomma, l’omosessualità non è più soltanto un tabù e men che mai è una caricatura, e su questo i ragazzi di adesso sono molto più sensibili.
Probabilmente, questo liceo così come viene raccontato è ancora riconoscibile per quelli che all’uscita del film avevano la stessa età dei protagonisti. Per noi millennial, insomma. Ma per un adolescente di oggi potrà essere difficile riconoscersi.
Prendiamo anche la questione dei social. Che nel film, in realtà, sono del tutto inesistenti. Easy Girl racconta benissimo la diffusione dei pettegolezzi all’interno della scuola soltanto attraverso il passaparola, in un mondo in cui già esistevano i computer, internet e gli smartphone – e questo nonostante ci fosse già stato Gossip Girl. Ma è ancora possibile farlo senza ricorrere ai social? Cioè, è ancora verosimile per un teenager che lo veda nel 2026? Quanto riuscirebbe a immedesimarsi? E quanto può essere ancora considerato grave un pettegolezzo che non passi per i social, per i forum, per le chiat di gruppo, per il cyberbullismo?
Ho come l’impressione che le cose che nell’universo di Easy Girl fanno scalpore oggi non lo farebbero più. Credo che i liceali ora siano più aperti, più includenti, più solidali, e più avvezzi a certi aspetti della sessualità che soltanto ieri sembravano scandalosi. O forse è soltanto perché in questi sedici anni il racconto dell’adolescenza al cinema e in tv si è spinto talmente oltre che una ragazza che perde la verginità con una matricola universitaria non fa proprio notizia.
Easy Girl, in questo senso, è invecchiato. Ma non nel senso in cui lo diciamo comunemente: per molti versi resta un film che sa il fatto suo. È invecchiato perché la società che racconta è cambiata (deo gratias). Resta un trattato coerente per il suo tempo, se vogliamo metterla così, ma intanto ne sono successe di cose.
Ce n’è solo una che resta ancora profondamente attuale, ed è la differenza di trattamento che le donne subiscono rispetto agli uomini. I ragazzi con cui si presume che Olive, il personaggio di Emma, abbia un rapporto vengono osannati come stalloni dai loro compagni e diventano attraenti agli occhi delle compagne. Ma Olive no, per lei è diverso. Ogni volta che un nuovo pettegolezzo si diffonde, la sua cattiva fama si alimenta. Lei diventa la sgualdrina, la donnaccia, la puttana, i maschi la deridono, le altre ragazze la detestano. Quello che per i suoi partner è onorevole, per lei è fonte di vergogna.
Ecco, questo mi sembra che sia rimasto ancora invariato. Ed è qualcosa su cui possiamo ancora migliorare. Chissà, magari con la prossima generazione ci mettiamo alle spalle pure questo scarto.






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