In questi giorni mi è capitato di vedere un post, qui da qualche parte, che diceva che il modo in cui vivi i rapporti dipende da come ti hanno amato i tuoi genitori. A ogni tipo di relazione genitore-e-figlio corrisponde un tipo di costruzione affettiva.

Per esempio, se i tuoi genitori ti hanno amato “a intermittenza”, intervallando attenzioni con assenze, allora sei il classico adulto bisognoso di conferme. Ogni volta che qualcuno si allontana hai paura che sia per sempre. Basta che non ti rispondano a un messaggio – o semplicemente ti rispondano in ritardo – per mandarti in paranoia.

Mi sono detto: ecco qua, questo sono io. Sta parlando di me.

Poi, slide successiva. Se invece i tuoi genitori hanno sempre nutrito un amore freddo, lontano, privo di gesti affettuosi, col tempo hai imparato a farne completamente a meno. Anzi, hai imparato proprio a fare a meno di tutti. Oggi fai qualsiasi cosa da solo, senza neanche chiedere, magari per paura di ricevere un no.

Mi sono detto: ma anche questo sono io.

Ora, se non ve l’avevo detto, c’è da sapere che la coerenza non è una mia virtù. L’ultima opinione mi sembra sempre quella più interessante. Se facessi da giudice in un dibattito, tenderei a premiare l’ultimo oratore a salire sul palco. Ma poi, perché bisogna sempre dover scegliere? Voglio dire: non si può essere l’una e l’altra cosa insieme?

Fortuna che mi sono fermato alla seconda slide. Avevo timore che se fossi andato avanti mi sarei riconosciuto dappertutto e non avrei più saputo a chi dare ragione.

So benissimo che questa può essere psicologia spicciola, intendiamoci: però a volte nella sintesi ci sta pure qualche verità, no?

E allora qual è, questa verità?

Ho pensato alla mia amica Analista, che è la mia migliore amica su tutte. Se volessi descrivere il nostro rapporto, mi basterebbe dire che è l’unica a cui potrei dire proprio tutto, persino quelle cose di cui ti vergogneresti in pubblico. Siamo amici da venticinque anni, io e lei.

Eppure è bastato un time out nella comunicazione che ho subito pensato al peggio. Per ventiquattr’ore, o forse più – non so neanche quanto, a me è sembrata una vita – non mi ha più scritto, dopo i miei ultimi messaggi. Era impegnata con un trasloco, quindi anche comprensibile. Poi ha recuperato, rispondendo su tutto, ma è bastata questa semplice interruzione per farmi dubitare di me stesso. Ho forse detto qualcosa di male? L’ho annoiata?

Ovviamente no. Ero io, una mia insicurezza, e nient’altro.

E poi ho pensato alla mia amica Thelma, che si è arrabbiata con me perché dice che non le dico mai niente. Che preferisco fare le cose da solo piuttosto che chiedere a qualcuno – anche a lei – di farle con me. Le ho detto che è la forza dell’abitudine. Lei dice che sbaglio, che dovrei imparare a chiedere un po’ di più. Perché chiedere qualcosa a un amico – di farti compagnia al telefono, per esempio, o se hai il tempo per un caffè – fa parte della condivisione.

Come la metto la metto, mi sembra di avere un po’ dell’uno e un po’ dell’altro tipo, insomma. Non riesco a decidere quale mi rappresenti meglio, e questo è un dilemma, perché vuol dire che non riesco a capire in che modo mi hanno amato i miei genitori.

Ma nell’uno o nell’altro caso, non cambia il fatto che dipende sempre e comunque tutto dai genitori. Non c’è niente da fare, da qui non si scappa. L’ho detto, non voglio fare della psicologia spicciola, ma che ci posso fare se alla fine sembra sempre tutto riconducibile a quello? È sempre colpa dei genitori, insomma: e questo lo trovo insopportabile, perché poi fa venire a me i sensi di colpa anche solo per averlo pensato.

E al tempo stesso lo trovo anche consolatorio, perché mi consente di trovare una spiegazione a quel che sono oggi.

Credo che ci sia qualcosa di vero e di universale nella responsabilità che attribuiamo ai genitori. Mia madre ha sempre rimproverato papà per aver preso certi difetti dai suoi genitori, e mio padre ha sempre sostenuto che mamma è fatta in un certo modo per via del rapporto che aveva coi suoi. Se non è una cosa universale, allora è una questione di famiglia.

È curioso che proprio negli stessi giorni mi ci abbia fatto pensare una scena di Euphoria – o forse di curioso non c’è niente: ci avete fatto caso che quando avete qualcosa per la testa, vi sembra di scorgere riferimenti in tutto ciò che fate?

Dunque, stavo finendo il rewatch delle prime due stagioni, per prepararmi alla terza, e sono arrivato al momento in cui Cal affronta faccia a faccia moglie e figli. Se l’avete vista anche voi, avrete presente di quale momento sto parlando: della scena in cui rientra a casa ubriaco, con tutto quello che ne consegue.

A un certo punto, Cal chiede scusa a Nate per avergli incasinato la vita. Più tardi, in un altro episodio, sua madre gli dice qualcosa del genere: com’è possibile che tu abbia preso da noi soltanto i difetti? Che abbiamo cresciuto un figlio ancora più incasinato di noi?

Ora, è chiaro che la famiglia Jacobs è piuttosto complicata, e il padre non dev’essere stato un modello esemplare, eppure non sono riuscito a schierarmi completamente dalla parte del figlio. Cioè, non sono riuscito a deresponsabilizzarlo, nonostante i suoi genitori facciano ammenda e ammettano le proprie colpe.

Voglio dire: c’è un momento in cui finisce la responsabilità dei genitori e inizia quella dei figli? Fino a che punto possiamo continuare a dire che dipende tutto da loro?

A diciassette anni è ancora plausibile, d’accordo. A trenta, quaranta, sessanta, lo è ancora? Quando arriva la fase in cui ce ne affranchiamo e possiamo liberarcene, ed essere qualcosa di diverso, a prescindere da come ci hanno o non ci hanno amato?

Sempre ammesso che arrivi, eh. Magari non succede mai. Magari ci devi fare i conti per tutta la vita e riconciliarti con quella parte di te che è anche loro. A meno che, forse, non ci sia un distacco brutale e drastico. Speriamo solo che non sia per forza mandando tuo padre in galera, o mediante una scenata dopo aver pisciato su tutto il pavimento.*

*se poi non conoscete questa scena è perché non avete visto Euphoria, e questa è una colpa che è soltanto vostra.

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