Per prima cosa, dovete sapere che la mia camera era interamente sigillata. Se avessi voluto, non ci sarebbe stato modo di entrare per nessuno. Potrà sembrare un’affermazione allarmante, ma si trattava di una comune camera da letto, dotata di porta e finestra. C’era pure una zanzariera, e io non la sollevavo mai. Se mi ci fossi barricato dentro, chiuso la porta a chiave, abbassato la tapparella, chi mai avrebbe potuto accedere?

Non una persona, no di certo. Ma gli insetti trovano qualunque modo. Fu grazie a loro che mi resi conto che la mia camera era in realtà piena di passaggi nascosti, invisibili, e che io non avrei mai scoperto.

La prima volta fu a causa di un piccolo scarabeo. Sembrava pericoloso, aveva le chele davanti, e lo trovai che stava immobile proprio all’ingresso della stanza, sulla parete, sopra l’interruttore. Provai a catturarlo, ma quello fu più rapido di me e se ne scappò dentro al telaio della porta come se già sapesse che potesse introdurcisi. Non fu un tentativo, andò dritto spedito. Io non m’ero mai accorto, prima d’allora, che ci fosse una cavità proprio lì dentro. Provai a stanarlo in tutti i modi, a farlo uscire, chiesi aiuto persino a mio padre. Avevo otto anni. Come diavolo c’era arrivato fino a lì, senza farsi notare?

Mamma diceva che a volte gli insetti si formano dentro ai mobili, nei posti chiusi, per via del calore. Così, puff, dal nulla. Ma io sapevo che era impossibile, quello scarabeo doveva essere arrivato da qualche parte, o qualcuno ce lo aveva deposto proprio lì apposta. Ma prima della mia stanza sarebbe dovuto passare attraverso un corridoio, un salone, una cucina, un balcone. Insomma, com’era possibile? Ci ragionai in tutti i modi, e odiai il fatto che non fossi mai riuscito a venire a una conclusione. Comunque, non lo vidi mai più.

La seconda volta, si trattò di un ragno. Ora, non mi si venga a dire che un ragno non è un insetto. Ho cominciato a studiare questi animali quando ho dovuto pianificare una strategia di difesa, e da un punto di vista sociologico non c’è alcuna differenza. Non mi importano le classificazioni, un ragno è più insetto di tanti altri insetti. Questo qui, per esempio, aveva tantissime zampe, doppie, lunghissime. E camminava anche lui sul muro. Cioè, non l’ho mai visto camminare, perché quando m’accorsi di lui era già sul soffitto. Padrone del posto, sicuro di sé. Era grande quant’è grande la mia mano, lo posso giurare. Ora, qualcuno deve dirmi come ha fatto un insetto, cioè un ragno, grande quanto una mano, ad arrivare fin là sopra in pieno giorno completamente indisturbato. Non è logicamente possibile. Eppure sapevo che mia madre aveva torto. Avevo sedici anni.

Questa volta non avevo scelta, era una di quelle situazioni o io o tu. Non possiamo sopravvivere entrambi. Quindi presi l’aspirapolvere, e feci ciò che andava fatto. Sentii proprio il risucchio, lo strepitio delle sue zampe attaccate al muro che venivano costrette a cedere da una forza più grande, e poi scivolare giù fino a precipitare nel sacchetto di raccoglimento. Tra me e lui, c’erano soltanto pochi centimetri di plastica. Potevo sentirlo agitarsi. Dì lì a poco, comunque, avrebbe smesso.

Fu un grandissimo errore, da parte mia. Non avrei potuto compiere un’azione più scellerata. Perché quello che i miei genitori non sapevano, e che io appresi soltanto più tardi nei miei progetti personali di ricerca, è che puoi eliminare un insetto, ma quelli trovano comunque un modo di comunicare tra di loro. Di avvertire la specie del pericolo, del torto, del crimine. E quelli, anziché scappare e portare le loro zampe da un’altra parte, come fanno tutte le specie più grosse e possenti, ritornano. Potranno pure essere schiacciati con un piede, ma la morte li attrae. E una volta che ne uccidi uno, poi dovrai imparare a conviverci: perché, come ho detto, puoi anche eliminare un insetto, ma non puoi eliminarli tutti.

Mi fu chiaro alla terza volta. Solo che a differenza delle prime due vidi distintamente da dove entrò la bestiaccia. La zanzariera che doveva proteggermi dalle incursioni esterne non poggiava perfettamente sul davanzale: c’era un minuscolo spazio, nell’angolo a destra, causato da una leggera inclinazione della rete. Soltanto un insetto avrebbe potuto notarlo. Toccò a una blatta rossa. Gigantesca. Chissà perché, ma era come se la stessi aspettando: così potei vederla arrampicarsi dal basso, scovare l’insenatura e tentare con tutte le sue forze di passarci attraverso. Perse anche un’antenna nella traversata, ma sembrava che non le importasse. Avrebbe fatto di tutto pur di riuscire a entrare.

Questa volta non avrei commesso lo stesso errore della precedente, perciò tentai in ogni modo di raccoglierla e di ributtarla fuori. E ci riuscii, alla fine, ma fu del tutto inutile: perché quella lo andò a raccontare agli altri, e capirono che non c’era nulla che potessi fare per tenerli alla larga.

Ovviamente mi preoccupai di sbarrare l’ingresso. Ma quella stessa notte, una falena sfondò la zanzariera. Non so come fece, ma si ritagliò proprio un varco, strappò un brandello di rete per riuscire a passare e si fiondò contro il lampadario svolazzando come una ballerina impazzita. Sbatteva contro la ceramica con tutta sé stessa, era evidente che volesse farsi notare. Mi ricordo che rimasi impietrito nel letto chiedendomi come diamine avrei fatto a catturarla stavolta.

Non avevo altra scelta che tornare alle maniere forti.

Ma non appena presi la scopa, quella iniziò a dimenarsi dappertutto. Correva da una parete all’altra sempre sbattendoci contro, e a ogni urto lasciava un’impronta di sé sulla vernice. Si stava schiacciando da sola. Non stava scappando da me, non le importava di morire: piuttosto, voleva dimostrarmi di cosa fosse capace. Stava dando spettacolo.

Quando andò a spirare dietro l’armadio c’erano chiazze di falena da ogni parte della stanza, su ogni parete, lungo tutto il perimetro, aloni e resti, poltiglia e membra. Non riuscii mai più a ripulire completamente. Da lì in poi, non smisero più.

Non mi sono arreso subito, però. Non avevo raccolto molte informazioni utili su di loro, ma sapevo che avevano comunque bisogno di una via d’accesso, e così decisi che le avrei bloccate tutte. Trovavo un millepiedi che scendeva sotto il condizionatore, e io lo ricoprivo interamente di scotch e gettavo il telecomando per non usarlo mai più. Vedevo le formiche camminare da un capo all’altro, e io le ricoprivo di sale e sbarravo impietosamente il loro rifugio. Scoprivo una cimice sulla lampada accanto al letto, e versavo il cemento dentro le prese della corrente. Mi sarei blindato dentro, se fosse servito ad averla vinta.

Eppure, ogni mattina mi svegliavo con una distesa di farfalle che erano venute a morire al mio cospetto, così vasta da non sapere dove mettere i piedi. Ogni volta che prendevo un vestito dall’armadio dovevo controllare che non ci fossero scarafaggi prima di indossarlo. Ogni volta che chiudevo la porta, sbucavano attraverso un tunnel mangiucchiato nel legno.

Pensai che le cose sarebbero finalmente cambiate quando mia nonna venne a stare da noi e le cedetti la stanza. Quello fu l’unico motivo per cui non rimpiangevo di dormire sul divano. Mi dissi: adesso non dovrò più averci a che fare, e per quanto mi dispiacesse per lei, che ci devo fare, ero sollevato. Ma non durò neanche un giorno.

Fu allora che i miei studi erano completi. Che ritenni di aver concluso la mia ricerca, perché avevo infine capito tutto, l’intero quadro della situazione. Non mi serviva a nulla conoscerne l’anatomia, l’ordinamento, l’alimentazione. Come non serviva a nulla che cambiassi stanza o che restassi lì. Non dipendeva da quello. Ero io.

La mia prima notte sul divano, vennero tutti lì per dirmelo. Li vedevo davanti a me, i ragni, le cimici, le falene, tutti insieme, non conoscevano più differenze, non avevano più gerarchie. Erano un esercito solidale, venuto a dirmi che ci sarebbero sempre stati. Mi parlavano nella loro lingua, come fanno loro, mentre assistevo inerme alla mia resa, perché non c’era più altro che potessi fare. Avevo venticinque anni, e avevano vinto loro.

Da allora, ogni notte, quando chiudo gli occhi, li sento frinire attraverso le pareti, cigolare da sopra ai mobili, fischiare attraverso l’aria, saltellare sul cuscino, ronzare ai piedi del letto. Qualche volta ho la sensazione che uno di loro mi stia strisciando addosso, ma quando apro gli occhi è già sparito.

Il racconto fa parte della serie Questa casa è spaventosa.
Invasioni, capitolo 3.

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