È curioso come quello che mi viene a oggi riconosciuto come il mio più grande atto d’altruismo in realtà corrisponda a nient’altro che un annullamento della mia volontà. È la mia più grande disfatta, e sono sicuro che da ora in poi non potranno che venirne tante altre. Se non ho saputo difendermi adesso, non ci riuscirò mai più. Straordinariamente, questa sconfitta mi ha dato anche la più grande consapevolezza che abbia mai conquistato, e di cui, comunque, avrei preferito fare a meno: sono vergognosamente debole. Il fatto è che non si può nemmeno parlare di sconfitta, perché non c’è stata nessuna battaglia. Sono crollato subito. Non mi ero accorto di avere una bandiera bianca tra le mani, ma loro sì – perché gli altri queste cose le fiutano sempre, quelli furbi, quelli forti. Ce l’avevo, e gliela stavo sventolando proprio in faccia.

Se non altro, ho compreso il ruolo che mi attribuiscono in questa famiglia – e anche questa, per la miseria, non è un’informazione di cui non potessi stare senza. Praticamente, ho perso la mia stanza da letto e nell’armistizio mi hanno ricompensato con rivelazioni sconfortanti. Tre giorni prima che mia nonna venisse a stare da noi, è andata in atto la messa in scena. Era già tutto deciso quando mi hanno convocato al tavolo delle trattative. Siccome mia madre aveva dovuto rilevare da mio zio la sua quota della casa di mia nonna, la quale nel frattempo s’era fatta in là con gli anni, fu stabilito che mia nonna venisse a vivere a casa nostra per giovare della nostra compagnia, e mia sorella s’accasasse a casa sua, insieme al futuro marito presto soltanto marito, perché i miei genitori non avrebbero avuto le risorse per procurarle un’altra casa, e nel tempo in cui l’impresa edile avrebbe fabbricato, sfabbricato, smantellato e innalzato noi avremmo vissuto tutti insieme sotto un unico tetto, nelle persone di: mia madre, mio padre, mia nonna, mia sorella e mio cognato. Tutti dentro la stessa casa, che è questa, con tre camere, due bagni e un salottino.

Io giuro su questo divano-letto che m’hanno dato per risarcirmi che non ho mai capito dove fosse scritto il mio nome. Ho preso la questione, l’ho messa nero su bianco perché avevo bisogno di assimilare ogni verbo uno per uno, e l’ho fatto. L’ho assimilata, l’ho masticata, l’ho introiettata, m’è rimasta dentro per tutti quei tre giorni prima che riuscissi ad espellerla e quando finalmente l’ho defecata l’ho riconosciuta per quello che è: una sottomissione. Avevano già predisposto il piano d’assalto, allestito i festeggiamenti e redatto tutti i documenti, quei bastardi – posso chiamarli bastardi dopo quello che m’hanno fatto, anche se sono la mia famiglia. E non m’avevano lasciato nemmeno lo spazio per firmare.

«Abbiamo pensato che è meglio se nonna dorme nella tua stanza, nel frattempo».

Mia madre.

La responsabile della mia débâcle. Il generale di quel plotone di stronzi. Se a dirmelo fosse stata mia sorella, o anche mio padre, sarebbe stato diverso, ma mia madre. Ora che ci penso, questa cessione di territorio segna anche un’altra indesiderabile frattura nella mia esistenza, perché coincide con la fine della mia infanzia. Non importa che io abbia già venticinque anni – io preferisco dire che ne ho solo venticinque, che non sono abbastanza, dalla mia prospettiva, per sapere tutte le cose del mondo. Per esempio, che tua madre potrebbe pugnalarti per favorire tua sorella maggiore, che adesso sogghigna, tronfia, fiera, perché lei è stata eletta all’altare dei vincenti e sa che nulla potrà più impedirle di cascare in piedi. O al massimo di atterrare col culo su un comodo materasso in lattice cento per cento naturale, anallergico e riscaldabile. Mica su quello di un divano-letto alto nemmeno venti centimetri e completamente arrendevole alle molle. Senza alcuna resistenza. Come me.

Ma avrei potuto dormire in camera di mia sorella, chiesi. Insieme a lei, sul suo letto estraibile, obiettai. Avremmo condiviso lo spazio, ma sarebbe stato pur sempre lo spazio di una camera da letto. E poi, sarebbe stato comunque uno spazio che avrei sottratto a lei. Non l’avrebbe avuta completamente vinta.

Mi è stato detto che lì doveva dormirci mio cognato. Eppure, mio cognato aveva una casa tutta sua a cui tornare, con una sua famiglia e un suo letto, io lo sapevo. Nei giorni seguenti ho controllato, mi sono aggirato sotto il suo condominio per assicurarmi che ci fosse ancora. E c’era. Forse qualche incidente aveva danneggiato l’immobile impendendo di viverci. Allora mi sono anche appostato, volevo vedere se la sua famiglia abitasse ancora lì. E ci abitava. Io l’ho vista, con i miei occhi, la casa c’era. Eppure mio cognato non poteva tornarci e io ero costretto ad andare a dormire in salotto sul divano. Forse anche lui era stato sconfitto, come me. Ma tra i due io ero senza dubbio quello più acciaccato.

«Hai perduto la stanza per colpa mia».

Mia nonna aveva nella voce tutta la amarezza di chi è sinceramente dispiaciuto. Certo, non tanto dispiaciuto da andarsene a dormire sul divano. È più il tipo di dispiacere di chi sa che sta facendo qualcosa che non vorrebbe fare, ma non può tirarsi indietro. Nessuno vuole quel divano. Mia nonna è una perdente anche lei, in tutta questa faccenda. C’è solo una cosa peggiore della fine della propria infanzia, ed è dovervi ritornare quando sei ormai già avvezzo all’età adulta. Lei mi vede come l’eroe che ha reso meno sgradevole la sua recessione. Con tutti spende parole di elogio sperticato, senza sapere quale sia davvero la verità. Per lei sono quello gentile, quello generoso, quello sensibile. Si prodiga per farlo sapere al mondo, che suo nipote ha compiuto il gesto estremo – non c’è nient’altro, in una scala di valori, che gli stia sopra – di cederle la sua camera da letto. Ma il mondo presto saprà che non è vero. Che non l’ho ceduta, ma me l’hanno usurpata. Che non sono generoso, ma dentro di me sto esplodendo di rancore che potrei prendere fuoco.

La mia famiglia lo sa, qual è la verità. Lo sapevano dal principio, ed è per questo che mi hanno sopraffatto. Sapevano che avrei rinunciato alla mia stanza senza protestare, come io so che la stanza è soltanto il preludio. Presto o tardi verranno a togliermi anche il resto.

Se solo avessi approfittato di quei tre giorni per lanciarmi in avanscoperta, avrei potuto cominciare a studiare il terreno. Elaborare una strategia di difesa. Cominciare a catalogare le mie proprietà. Un pouf come comodino, una mensola come svuotatasche, un televisore come televisore. Questo non è male. Almeno il televisore del salotto è più grande di quello che avevo nella mia stanza – dovrei chiamarla ‘la stanza di mia nonna’ adesso. Ma come costringerò i miei genitori a sloggiare e ad andare a guardare la tv da un’altra parte? Non serve a nulla avere un televisore migliore se non puoi usarlo. Ecco che cosa faranno, s’impadroniranno del telecomando. Già lo vedo, stretto nelle loro mani foderate con i guanti da gendarme che lo impugnano contro di me – no, era verso la tv – come un fucile d’assalto sparando programmi a tutto volume. E mi toglieranno il sonno. Già mi vedo, a implorare mia madre di spegnere la tv e lasciarmi dormire, ma lei no, no, finché l’ultimo soldato non sarà caduto, il bacio d’addio non sarà stato schioccato, il complotto mondiale non sarà stato svelato e i titoli di coda non saranno arrivati a inghiottire tutto nello scorrimento totale. Mi dirà che abbasserà il volume, ma nulla potrà contro le luci abbaglianti di un varietà scadente su un canale generalista che si protrae fino all’una di notte, e io implorerò pietà, pietà verso il televoto, vi prego, spegnete la mia angoscia esprimendo presto presto la vostra preferenza, e tu, telegiornale, vieni a porre fine al mio tormento raccontandoci la tua versione della fine del mondo.

Perché voi non vedete il mondo come lo vedo io. Voi non vivete dentro al mio. E del vostro mondo, di quello dei miei genitori, di mia sorella, di mio cognato – stronzo pure lui – e perdonami nonna, anche del tuo, di questo vostro mondo non m’importa. Potrebbe essere sull’orlo di un’implosione o diventare la più ambita oasi intergalattica, ma nulla cambia il fatto che il mio mondo sta finendo. Non c’è altra spiegazione, se non che questo sia l’inizio della fine. Come farò a respingere gli invasori appollaiati sulle poltrone senza una porta che li tenga fuori? E dove sono le porte per separare la mia intimità dalla loro? Come faccio a considerare mio questo divano-letto se non c’è una porta dietro la quale non gli è più concesso di osservarmi? Potrò ancora dormire, anche al calare delle frequenze televisive, sapendo che chiunque adesso può infilare i piedi nel mio spazio che tanto non è mio, e sentirmi respirare, magari sedersi accanto a me, e guardarmi per un attimo prima di mettermi le mani al collo e stringere forte per poi tornarsene come se niente fosse nella propria stanza?

Verrà il giorno in cui la mia famiglia si accomoderà in circolo attorno a me sul divano-letto, brandendo ciascuno una forchetta e un coltello. Tutti, in cerchio – anche tu, nonna, perché anche tu, come hanno fatto a convincerti? – discutendo di chi sarà il primo ad affondare le posate nella mia carne, e prima ancora da quale parte dovrebbero cominciare, se sia più gustosa la coscia o se siano più teneri i fianchi. Finché non saranno sfiniti da tanto disputare che si risolveranno per infilzare tutti insieme contemporaneamente, ciascuno nel punto che più gli aggrada, finendo col litigare quando le forchette si intrecciano contendendosi lo stesso brandello. Sarà solo allora che mi sveglierò, appena in tempo per sentirli decantare il sapore delizioso della mia carne – sapore esaltato dalla mancanza di intraprendenza – e dirgli proprio che sì, dev’essere stata tutta quella debolezza a rendermi tanto soffice, che ci avevano visto giusto, puntando i loro coltelli contro il cavallo perdente. Perciò si faranno largo tra i miei organi alla ricerca del fegato, ma senza alcuna sorpresa sghignazzeranno non trovandone uno, e quindi si chiederanno chissà se c’è almeno una spina dorsale, e tra le lacrime rideranno alla luce del fatto che hanno sempre avuto ragione. Per ultima lasceranno la testa, così che io possa continuare a sentirli mentre divorano tutto il resto, prima di aprirla senza alcuna cautela e iniziare a piluccare tra un nervo e l’altro, e scoprire che ‘questa dev’essere l’astuzia’, e assaporarla con godimento, ‘ah, e quest’altra sarebbe la sua tempra’, ridotta a un acino d’uva, e giù fino in fondo, scavando sempre più in basso fino ad arrivare alla prelibatezza più ambita: eccola qui, la debolezza. Tireranno fuori i loro cucchiai e assaporeranno la mia debolezza budinosa, cremosa e succulenta – ma tu, nonna, lo sapevi dunque che non si trattava di gentilezza? – mentre io già sarò disperso variamente nei loro stomaci, anche lì incapace di difendermi dalla disgregazione definitiva. Ma prima di tutto questo, verranno i segnali della catastrofe. Già li vedo, davanti a me, posso decifrarli chiaramente. Posso leggere il divano-letto e il televisore del salotto per quello che sono, ma non posso difendermi. Non c’è nulla che io possa fare per fermarli. E tutto questo solo perché non ho una porta e una chiave per proteggermi.

Io credevo che la mia mamma sarebbe stata per sempre simbolo di accoglienza. Non sapevo, invece, che una madre potesse decretare anche la fine dell’infanzia. E lo so – lo so – che ci sono persone che perdono la propria infanzia tanto più bruscamente, ma ci sono anche quelli che ne escono tanto più tardi, coccolati e protetti fino ai cinquanta o ai sessanta. C’è addirittura chi non ne esce mai. Mia sorella, per esempio. Lei ne uscirà il più tardi possibile. Verrà tutelata e viziata fino a che non avrà risucchiato tutte le energie dei miei genitori, e allora banchetterà anche con loro. Io invece, da adesso in poi non ho più nessuno. L’ho compreso nel momento in cui mi sono rannicchiato nel mio divano-letto, che da ora sono completamente solo.

«Cosa vuoi per cena, cotoletta o frittata?».

Forse non proprio da ora. Ma presto o tardi accadrà, ne sono certo. Ho visto i segnali, e nessun bovino o gallina potrà dirmi che non li ho ben interpretati.

Il racconto fa parte della serie Questa casa è spaventosa.
Invasioni, capitolo 1.

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