Non mi è sempre piaciuto l’autunno. Anzi, credo di avergli preferito a lungo qualsiasi altra stagione – e questo ha a che fare con diverse ragioni. Per prima cosa, sono cresciuto con una madre innamorata del mare e dell’estate, per la quale l’avvicinarsi dell’autunno coincideva con una specie di fine del mondo. Già negli ultimi giorni di agosto, mia madre comincia ad annunciare quotidianamente l’anticiparsi del tramonto, come un malato terminale che aspetta la sua ora, e questa inevitabilmente è una di quelle cose che condizionano la tua visione della vita: molto presto le foglie inizieranno a cadere, la frutta più buona sparirà dalle nostre tavole, avremo più ore di buio che di luce… con queste premesse, nessuno potrebbe accogliere con entusiasmo la stagione in arrivo.

Per molto tempo, l’autunno ha significato anche il ritorno a scuola, e per quanto mi abbiano sempre emozionato i nuovi inizi, spesso ho desiderato che la mia scuola crollasse in una terribile calamità piuttosto che doverci tornare. L’università, però, con il suo flusso di studio ed esami quasi ininterrotto, ha iniziato a cambiare la mia prospettiva sulle cose. Ma è stato solo cominciando a lavorare che ho potuto riappacificarmi con l’autunno.

Il mio lavoro non segue le ferie ordinarie, per cui potrei trovarmi a lavorare tutta l’estate e fermarmi magari a novembre – e questo ha contribuito decisamente a darmi una visione meno drastica della stagione autunnale. Nel frattempo, il consumismo di massa ha deciso che i mesi dell’anno vengano scanditi dalla principale festività spendereccia all’orizzonte, e se anch’io condivido l’angoscia di vedere in giro gli addobbi natalizi già a ottobre, su Halloween la penso diversamente. Per un appassionato del genere, è entusiasmante sentir parlare ogni giorno dei migliori horror dell’anno, scoprire i nuovi film al cinema, poter vedere finalmente la nuova serie di Ryan Murphy o di Mike Flanagan.

E anche tutti quegli addobbi halloween-eschi, che posso dirvi, sono una gioia per i miei occhi. Insieme a tutto l’immaginario che l’autunno si porta con sé, le zucche, i funghi, le foglie che diventano di mille colori. Ho iniziato persino a riconciliarmi con l’arancione, il colore più odioso per eccellenza, da sempre bandito dal mio armadio, ma che adesso non mi disturba più vedere riempire le vetrine. Ho iniziato ad apprezzare l’alternarsi dei frutti e della verdura di stagione. Ho imparato che nell’industria dell’intrattenimento l’annata finisce in estate e ricomincia proprio in autunno, quando si preparano le nuove uscite discografiche e al cinema cominciano ad arrivare i papabili candidati agli Oscar.

E poi, finalmente, si smette di sudare. L’autunno è diventata la stagione climaticamente e socialmente più accettabile. Quella in cui non devi più preoccuparti di aver messo abbastanza deodorante prima di uscire di casa e puoi godere dei benefici di una giornata di sole senza le drastiche conseguenze del caldo estivo. Ma anche quella in cui puoi tirare fuori di nuovo tutti i capi di cui hai dovuto fare a meno per necessità e ricominciare a vestirti con gusto, perché, diciamocelo: d’estate vestirsi è quasi una sofferenza e rinunceresti a tutto per lasciare quanta più pelle scoperta, ma io i bermuda li indosso solo per sopravvivenza, altrimenti non rinuncerei mai a un bel paio di pantaloni. Non mi dite di non aver mai provato l’ebbrezza di tornare a indossare un giubbino, o un cardigan, magari persino una sciarpetta, dai.

Eppure, c’è ancora qualcosa che mi impedisce di proclamare l’autunno la stagione migliore di tutte. Anche se per me settembre non porta più con sé gli obblighi della ripartenza, è difficile negare che abbia quella sensazione così diffusa, così condivisa, di una rottura. Di uno stacco netto. Come se un periodo della tua vita fosse appena finito e un altro stesse per cominciare, con tutti gli obblighi morali che questo comporta: cosa farai per renderlo migliore di quello appena trascorso, per migliorare la tua intera vita e anche te stesso?

È lo stesso incubo dei propositi che si ripresenta anche a Capodanno – e i propositi forzati, si sa, sono fatti per fallire. Quelli comandati dalle incombenze esterne piuttosto che da una voglia di cambiamento interna. Infatti, ormai ho smesso di farli per l’arrivo del nuovo anno, dovrei smetterla di pensarci anche quando arriva settembre. E penso di essere anche sulla buona strada: quest’anno mi sono dato un solo compito in cui imbarcarmi dopo l’estate, di quelli improbabili, che in fondo dentro di me già sapevo che non ci avrei neanche provato. Infatti, siamo ad autunno inoltrato e me n’ero persino dimenticato.

L’anno prossimo posso fare di meglio, e non darmi proprio nessun obiettivo. Se vorrò iniziare qualcosa di nuovo, potrò farlo a marzo, o a giugno, o a novembre, o in qualsiasi altro mese dell’anno, ma a settembre (e mettiamoci pure gennaio, per sicurezza) no. Allora, l’autunno potrebbe diventare davvero la mia stagione preferita.

Rispondi

In voga