Non sono stato fortunato con le proporzioni. Ho sempre avuto una fronte altissima, che papà mi diceva essere sintomo d’intelligenza, e al contempo gli veniva un sorriso forzato come a chi non crede davvero a quello che sta dicendo. A un certo punto i denti mi sono cresciuti l’uno sull’altro, perché – così mi ha detto il dentista – la bocca è piccola e non c’è spazio per tutti. Il torace è secco e i fianchi sono larghi. E poi ho il naso grosso. Il problema più grande è sempre stato questo, che c’ho il nasone.

Su tutto il resto ho provato a farmene una ragione. Ho voluto credere a mio padre. Ho pensato che il danno in fondo non fosse visibile. Ho sperato che l’esercizio migliorasse il mio aspetto. Ma sul naso no, col naso non ci sono riuscito.

Quand’ero più giovane, andavo ancora a scuola, avevo una compagna di banco con un naso davvero ingombrante, non potevi guardarle le faccia senza fissarle il naso. Aveva una grossa gobba, sgraziato, fastidioso, e una punta che scendeva pesante verso il basso. Gli altri la prendevano in giro, se le inventavano di tutti i colori su quel naso, ogni giorno ne avevano una nuova, e io speravo: ti prego, fa’ che non capiti anche a me, che non s’accorgano del mio nasone. Lei però ne rideva, si divertiva insieme a loro, e io pensavo: quanto vorrei infischiarmene come fa lei, o almeno essere bravo a fingere.

La verità, devo dirlo, è che più di ogni altra cosa avrei voluto che fosse normale.

Fu più o meno intorno ai vent’anni che lo ammisi. Avevo preso l’abitudine di tastarmi il naso con le dita, poi prendevo pollice, indice e medio e me lo schiacciavo, come se potessi rimpicciolirmelo. Una mia amica lo notò, e allora confessai: vorrei che fosse più piccolo. Senza essere interrogato, senza preavviso, con stupore della mia amica e pure di me stesso. Mi liberai. Non ne potevo più.

Allora lei mi disse – una cosa che non potevo assolutamente prevedere – che il mio naso non aveva niente che non andasse. Le dimensioni erano giuste. E io obiettai: forse sì, può anche essere, ma per la mia faccia, qui sopra non ci sta bene. Sul mio viso ci vorrebbe un naso meno invadente. Ma no, insisteva lei, che stai dicendo, guardati: e prese uno specchietto. In effetti, così mi ricordo, sembrava più piccolo. Sembrava diverso. Forse è la luce. Sarà l’angolazione. Non ne ero convinto, ma era pur sempre una speranza.

Tornai a casa con quell’unico pensiero di specchiarmi ancora, per scoprire se fosse stata effettivamente un’illusione ottica, un inganno di prospettiva, una magia visiva. Corsi in bagno, mi misi davanti allo specchio e mi guardai. È lo stesso naso di sempre, quello che sto vedendo? No, non lo era. E non era nemmeno quello che avevo visto qualche ora prima. Era diventato più grande. Appena appena, sulla base. Ma io potevo accorgermene. Provai a rinchiuderlo tra le tre dita, ma questa volta non ci riuscii: faceva male.

Il giorno dopo mi svegliai con un unico pensiero, quello di specchiarmi di nuovo.

Non era cambiato niente. Non s’era ingrossato ancora, durante la notte. Meno male, pensai, almeno è qualcosa.

Gli altri lo noteranno, però. Capii che non potevo più nascondermi, con quel nasone appiccicato al centro della faccia. Per cinque anni l’avevo scansata, non era il caso di tentare ancora la sorte. Iniziai a servirmi di qualunque cosa: giganteschi occhiali scuri nelle giornate di sole, sciarpone tirate su fin sopra gli occhi durante l’inverno, e poi una mano sempre a coprirmi il volto, mentre parlavo, mentre ascoltavo, come se mi venisse naturale gesticolare in ogni momento con la mano a un centimetro dal viso.

Intanto, però, il naso cresceva eccome. Impercettibilmente, giorno dopo giorno, anno dopo anno diventava più grande. Arrivai a non poter più fare a meno delle sciarpe, le indossavo anche d’estate, come da qualche parte del mondo le donne si coprono con un velo, così io dovevo coprirmi il naso. Nessuno mi diceva niente, forse per educazione – il che alimentava in me un altro timore, quello del momento imminente in cui qualcuno avrebbe finalmente detto qualcosa.

«Che devi fare così? Ci stanno cinquanta gradi».

Fu mia madre a rovesciare l’agonia.

E così dicendo mi privò per sempre della protezione. Sta crescendo, ammisi senza più difese. Sta crescendo, abbracciando la disperazione. Ma lei non capiva, finché non mi toccai il naso. Faceva un male cane, un male che mai più ho provato da allora, simile a ferita scoperta. Che stai dicendo, che è ora ‘sta sciocchezza, mi abbozzò lei con semplicità, tra l’incredulo e l’infastidito.

Ovunque andassi, temevo che lo notassero, e prima che qualcuno potesse parlare lo confessavo io stesso: ho il naso gigante e non c’è più nulla a coprirlo. Chiunque mi diceva che era un naso normale, un naso normale, proprio così, nor-ma-le, e io mi lagnavo che di normale non c’era più nulla. Finché non finivo dentro a uno specchio, e allora sì, mi pareva che stesse guarendo. Magari gli altri hanno ragione.

Ma quand’ero a casa, di nuovo, e tornavo a guardarmi, lo vedevo. Il nasone si stava espandendo. A volte persino sotto ai miei occhi. Potevo vederlo dilatarsi a entrambi lati, distendersi un po’ di più a destra e a sinistra, e non c’era modo di farlo rientrare. Solo a toccarlo sentivo le stelle.

Così mi decisi.

Ora prenoto un dottore.

E lo trovai. Uno bravo, anni d’esperienza, ottime recensioni. Andai a visita per stimare il danno. Continuava a ripetermi di averne visti di peggio. Poveri cristi, dicevo tra me e me. Comunque: qualcosa si può fare.

Ecco l’anticipo, fissai l’appuntamento.

Allargati puoi quanto vuoi, adesso. Quello lo faceva, eh, mica si lasciò intimorire. Stavo a guardarlo dallo specchio, mentre s’allungava, si stiracchiava, si gonfiava. Fai, fai pure. Hai i giorni contati.

Ricordo la soddisfazione che provai in quell’arco di tempo. Pensai di averla vinta.

Il giorno dell’intervento – come lo descrivo? Mi svegliai, mi verrebbe da dire, ma come si fa a svegliarsi senza aprire gli occhi?

Perché il punto è che non potevo proprio aprire gli occhi. Non è che non ci vedessi, è che proprio non potevo più sollevare le palpebre. E la bocca, neanche quella potevo aprire. C’era qualcosa, qualcosa di molesto sopra la faccia. Provai a toccarmi, ma – che devo dire? – non avevo manco più la faccia.

Era diventata tutto naso.

L’urlo che mi scoppiò nella testa quando scoprii la trasformazione con i polpastrelli. Il dolore, e il terrore, non ne proverò mai più così.

Mi spinsi giù dal letto, incespicai lungo il corridoio un paio di volte, mi tenni alla parete per farmi guidare, entrai nel bagno e mi piazzai davanti allo specchio. Così mi parve, almeno. Non potevo vedere niente. Sentivo solo due narici che s’allargavano e si restringevano, sotto l’automatismo di ogni respiro, come due ventilatori da soffitto.

Dottore, devo chiamare il dottore. Come farò a raggiungere lo studio? Ma è questo che vuole, il nasone. E io invece ci vado. Ora più che mai ho bisogno dell’operazione. Ma come ci vado?

Mi trascinai verso la cucina, urtai la porta con una spalla, rovesciai a terra un souvenir di vetro, ci camminai sopra a piedi scalzi, rotolai giù dallo scalino, e altri mille sbattimenti e inciampi e capitomboli fino a raggiungere il telefono, quello di casa. Mandai a terra chissà che cosa, una tazzina, dei fogli, lo afferrai, m’accorsi che non sapevo il numero.

Neanche li vedevo, i numeri.

«Ma che stai combinando? Che sta succedendo?»

Mamma, ah, mamma. Aiutami tu. Le porsi il telefono, o almeno mi sembrò, in realtà dovetti colpirla in faccia. Si lamentò, imprecò, me ne disse di ogni. Io mugugnavo, non mi uscivano le parole. Non lo vedi che non ho più la bocca? Questo nasone ha coperto ogni cosa!

Ma lei non mi capiva.

Tornai indietro, verso il bagno, di nuovo capitomboli, urti, il vetro. Entrai e chiusi la porta. L’operazione si farà, mi dissi, e tu te ne andrai.

Aprii il cassetto e rovistai fino a riconoscere le forbici. Le impugnai con la mano destra. Con la sinistra mi toccai di nuovo la faccia: era tutto naso. Un naso colossale che respirava affannosamente, espira, inspira, un getto d’aria voluminoso. E quel dolore, solo a sfiorarlo! Se avessi potuto, avrei urlato.

Coraggio. Al mio tre, una bella incisione. Uno, due. Affondo la punta sulla cima.

Scoppia.

Un’esplosione di sangue, pelle, viscidume, come un palloncino di plastica che incontra uno spillo. Robaccia mia dappertutto, pezzi di me che svolazzavano nell’aria come polvere.

E poi mi vidi.

Davanti a me, allo specchio, c’ero io, con i miei occhi, con la mia bocca, con tutto quanto c’era sempre stato.

Persino il naso. Era tornato a essere quello di sempre. Sempre grosso, cioè, ma un grosso – posso dirlo? – normale. Neanche me lo ricordavo più, che fosse grosso appena così.

Lo toccai appena appena: non sentivo niente. Lo rinchiusi tra le dita, giusto per esserne certo: potevo di nuovo pizzicarlo.

Forse era questo, che doveva fare? Si è trattato di un banale processo di maturazione, per cui doveva crescere e poi tornare come prima? Un ciclo, come fanno le piante, e le stagioni?

E se così fosse, vorrebbe dire che ricomincerà?

«Pulisci tu questo casino».

Mia madre aveva aperto la porta del bagno. Si teneva una pezza bagnata sulla tempia, doveva essere lì che l’avevo colpita.

E così feci. Pulii tutto, rimisi in ordine, raccolsi ogni singolo brandello del mio nasone andato in frantumi e tirai a lucido il bagno.

E se dovesse crescere di nuovo?

Strofinai lo specchio e lo guardai per l’ultima volta. Se deve risuccedere, non voglio più vederlo.

Il racconto fa parte della serie Questa casa è spaventosa.
Ossessioni, capitolo 3.

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