Il primo passo

Da una vita mi dicevo di dover aprire un blog su cinema e spettacolo, quindi eccomi qua. E quale miglior modo di iniziare un blog sul cinema se non con un film da Oscar? Quest’anno l’agognata statuetta è andata a 12 Anni Schiavo, che è anche l’ultimo film che ho visto al cinema, quindi ricordarmelo non dovrebbe essere difficile.

Diciamoci la verità, di film sulla condizione dei neri in America ne abbiamo visti tanti; solo negli ultimi anni c’erano stati The Help e Django Unchained e, se vogliamo, anche Lincoln. Ma questo ha qualcosa di diverso. Solomon Northup non era un nero qualunque. Solomon era nato libero, negli Stati Uniti schiavisti del primo Ottocento, ma all’età di circa trentatré anni viene rapito con l’inganno e ridotto in schiavitù. Passeranno dodici lunghi anni prima che l’inganno sia svelato e possa far ritorno dalla sua famiglia. E già questa storia basterebbe a far commuovere chiunque. Se poi si aggiunge la viscerale interpretazione dei suoi attori e che il cast annovera pezzi da novanta del calibro di Brad Pitt, Paul Giamatti e Michael Fassbender allora la trama diventa ancora più appassionante. E il suo protagonista, Chiwetel Ejiofor, non avrebbe potuto essere più bravo di così. Il suo Solomon piange, urla, scappa, soffre, dimena le catene che gli avvolgono mani e piedi senza capire in che guaio si è cacciato, mentre lo spettatore ha già intuito cosa sta per accadere, e allora piange con lui, soffre con lui, spera che corra più veloce per sfuggire al suo padrone e raccolga abbastanza cotone da evitarsi una frustata. E la sua compagna di sventure Patsey alias Lupita Nyong’o non è da meno. La piccola, giovane Patsey che di giorno si dà da fare più di ogni altro nella piantagione per appagare gli appetiti economici e di notte giace immobile e sofferente a gambe aperte per soddisfare quelli sessuali del suo padrone Edwin Epps, un Michael Fassbender finalmente cattivo, fin troppo malvagio, che non ha pietà nemmeno della sua schiava prediletta e crede in un’umanità viziata dalla piaga dei neri che prima o poi il Signore verrà a distruggere, con una moglie forse ancora più crudele nel suo sguardo strabordante di odio verso una Patsey che non ha altre colpe se non quella di essere nata nel posto sbagliato al momento (storico) sbagliato. Ma Patsey è una donna troppo debole per desiderare di vivere ancora, per nutrire anche solo la speranza di un futuro migliore, per avere la forza di opporsi ancora ai colpi di frusta che si imprimono a fondo nella sua e nella nostra carne, mentre piange e si dispera probabilmente più per la crudeltà di una vita che si accanisce contro di lei che per la flagellazione stessa. Non si può fare a meno di condividere almeno un minimo di quel dolore, e di desiderare, ahinoi, invano, che alla fine Solomon possa portarla via con sé verso la libertà.

Anche la regia di Steve McQueen merita qualche elogio. Il bravo regista inglese ci regala delle perfette inquadrature fin dentro l’anima dei suoi personaggi, incastona meravigliosamente le scene l’una dopo l’altra incrementando la tensione quando serve e dilatando la narrazione per scavare ancor più nella sofferenza del nostro Chiwetel, come nella scena della durata di due o tre minuti in cui il protagonista resta appeso ad un albero con un cappio alla gola lottando per non soffocare, tra lo sguardo indifferente dei suoi padroni bianchi. Steve McQueen sta crescendo, film dopo film, e si vede, anzi direi che riesce a gestire anche meglio i tempi della storia, non più insopportabilmente lunghi come in Shame. Non a caso è riuscito a guadagnarsi anche lui una nomination agli Oscar di quest’anno. L’unico neo di un prodotto così ben confezionato è la colonna sonora: Hans Zimmer non era certo al suo meglio, e il suo lavoro stavolta mancava di originalità, tant’è che per tutta la durata non sembrava di ascoltare altro che una interminabile ripetizione della già ascoltata Time di Inception. Peccato.

VOTO: 10

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4 commenti

      • Hai ragione, c’é l’ imbarazzo della scelta. E’ davvero incredibile che, con un simile talento e una simile filmografia, Brad Pitt abbia vinto l’ Oscar soltanto come produttore (proprio per 12 anni schiavo).
        Il caso più clamoroso di artista che vince l’ Oscar in modo assurdo é quello di Kubrick: ha perso 5 volte come miglior sceneggiatore, é stato sconfitto 4 volte come miglior regista, ma ha vinto l’ Oscar… per i migliori effetti speciali. No comment. Grazie per la risposta! : )

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