Pillole, parrucche, questioni di sangue e sudore. Questa è Osage County.

Non so voi, ma a me le saghe familiari sono sempre piaciute. Dai semplici racconti di una famiglia come tante fino alle vere e proprie epopee raccontate attraverso la successione degli eventi, da una generazione all’altra. E quanto più sono disastrate, disunite, disfunzionali queste famiglie, più mi piacciono. Qualcuno potrebbe provare a fare della psicologia spicciola e azzardare l’ipotesi che io abbia avuto un’infanzia traumatica, ma, che io ricordi, nessun trauma ha mai turbato la mia vita di bambino. Il fatto è che mi piace osservare come si confrontano genitori e figli, fratelli e sorelle, nonni e nipoti, come la tavola sia il luogo preferito di conversazione e perché qualcuno torna sempre al nido mentre qualcun altro non vede l’ora di andarsene via. Per questi motivi mi sono messo a vedere I segreti di Osage County con un grande senso di aspettativa, che è stato (quasi) pienamente ripagato.

Una famiglia si ritrova nella casa materna per la morte del padre. Sono tutti riuniti a tavola, dopo la cerimonia funebre. La madre malata di tumore e imbottita di pillole che spara a zero sulle proprie figlie, una con un matrimonio finito in mille pezzi che non riesce a rimettere insieme, la seconda non tanto capace di guardare in faccia alla realtà (e di scegliersi di conseguenza l’uomo giusto), la terza che progetta di andar via con suo cugino per rifarsi di una vita che ha sprecato per badare ai genitori: è la scena madre del film, con un susseguirsi di battute incalzanti da un personaggio all’altro di questo tristemente disunito e sgangherato nucleo familiare, dove la casa genitoriale rappresenta il luogo in cui tutte le debolezze e le incertezze vengono a galla, e da cui alla fine sono tutti costretti ad andar via per trovare la loro felicità.

Mentre le donne di questo straordinario cast dominano la scena grazie all’imponenza dei loro personaggi, agli uomini della famiglia non resta che passare per deboli o bamboccioni, meschini e incapaci di reagire: persino l’unico tassello di questo puzzle crudele che si salva, il povero zio acquisito, nel momento in cui si ribella alla moglie non sa di essere lui stesso vittima di uno dei segreti della famiglia, quei “segreti” prepotentemente inseriti nel titolo del film (quello originale è soltanto August: Osage County), ma che non stonano in fondo con la trama della pellicola; segreti che quasi nessuno è in grado di affrontare se non le due colonne dell’intera famiglia (e del film stesso), la madre Violet e la primogenita Barbara: ovvero una Meryl Streep e una Julia Roberts al culmine della loro intensità e bruttezza, sia fisica che morale. Una mamma e una figlia che sono più simili di quanto loro stesse non credano, e che forse proprio per questo non riusciranno mai a riconciliarsi tra di loro.

C’è solo un neo in questo quadro quasi perfetto: a un certo punto ho avuto l’impressione che qualcosa non funzionasse, poi sono andato a documentarmi, e ho capito il perché. I segreti di Osage County è stato una piece teatrale prima che un film, tra l’altro entrambi scaturiti dalla penna dello stesso autore, il premio Pulitzer Tracy Letts. Che forse non si è accorto che cinema e teatro non sono intercambiabili; c’è qualcosa nelle inquadrature, nei tempi, nei dialoghi che a tratti dà l’impressione di trovarsi a vedere uno spettacolo teatrale che andrebbe un po’ movimentato. A conferma del fatto che ogni arte ha i suoi tempi e i suoi luoghi.

VOTO: 9

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