Un fidanzato per mia moglie ed un consiglio ai “commediografi”

Per mettere le cose in chiaro fin da subito, Un fidanzato per mia moglie non è un capolavoro. Non segna una ripresa del filone comico italiano e non servirà di certo a riportarlo ai lustri di un tempo. Ma, sempre per onor del vero, non prosegue nemmeno la china precipitosa che ha intrapreso il genere da qualche tempo a questa parte. Trattasi chiaramente di un buon film con i suoi nei e le sue incrostazioni, ma pure coi suoi pregi e le sue cose da salvare. Prima tra tutte, quella di aver fatto ripensare a chi, come me, ha sempre detestato il trapianto dei comici da tv dal piccolo al grande schermo in ruoli che non gli competevano, che in fin dei conti da questi comici qualcosa di buono ci può anche uscire. A dimostrazione del fatto che il personaggio da solo non può nulla, se la pellicola non è costruita su una solida impalcatura. Almeno io, personalmente, Geppi Cucciari in veste di attrice non l’avevo mai vista, e devo dire che è riuscita a strapparmi anche più d’un sorriso. Non sarà la nuova Monica Vitti, ma nessuno si aspetta tanto da lei. Ed anche Paolo Kessisoglu, pur coi suoi limiti, ha dimostrato una capacità che, per un film senza troppe pretese, va più che bene.

Dispiace che il personaggio chiave destinato a dare la svolta all’intreccio e alla relazione dei due coniugi protagonisti, affidato a Luca Bizzarri, sia risultato invece così forzatamente e ostinatamente sopra le righe, tanto da risultare davvero “troppo” all’interno di una vicenda che in fondo i suoi punti di contatto con la realtà ce li ha.

A guardar bene, di macchiette e stereotipi ce ne son anche altri, però: dall’amico del cuore fedifrago e sessuomane alla coppia gay eccentrica e femminea (che, al momento in cui si scambia un bacio, ha provocato un commento di disgusto nel giovane spettatore accanto a me!), alla segretaria frivola e scansafatiche. Tutte immagini di un’Italia che da parecchio tempo chi fa cinema e televisione si ostina a proporci in continuazione, come se gli uomini, gli omosessuali e le ragazze che lavorano dietro a una scrivania dovessero essere sempre e solo questo.

C’è ancora una cosa che vorrei dire: a differenza di tante altre commedie (commedie?) che ho visto di recente, Un fidanzato per mia moglie ha un punto in più a suo favore: un senso logico. Andiamo con ordine. Paolo e Geppi sono Simone e Camilla, una coppia che ha perso il feeling e l’entusiasmo dei primi tempi, complici il brutto carattere di lei e la mancanza di p***e di lui (più chiaro di così…). Simone vuole separarsi, ma, appunto, non trova il coraggio per compiere questo passo, e così ingaggia un playboy (Luca, ovvero Pietro, ovvero il Falco) per sedurre la moglie e indurre lei a fare la prima mossa. Peccato che ritrovi la passione perduta, mentre l’ignara moglie viene a conoscenza del tranello, e i due entrano ancora più in crisi. Il lieto fine c’è, naturalmente, altrimenti chiamarla commedia non si potrebbe, ma non viene offerto a noi spettatori come un traguardo facile e repentino. Marito e moglie si allontanano, passa del tempo, vanno in terapia, e poi, finalmente, si ritrovano. Si tratta di un passaggio fondamentale che molti altri cineasti ignorano, chissà perché, decidendo di concentrare la felice conclusione negli ultimi tre minuti senza che si possa capire come e perché si è arrivati lì. Quel che almeno io (ma non solo io) pretendo da un film, pur leggero e spensierato come può esser questo, è che non si rincorra a tutti i costi un happy ending che non troverebbe mai giustificazioni e ragion d’esser nella vita così come la conosciamo.

Nessun messaggio e niente morale, nessuna critica a costumi e società accompagnata all’intento di divertire: potrebbe essere un buon modo di trascorrere un’oretta in compagnia, no?

VOTO: 6

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