Tutta colpa di Freud. E di una brutta sceneggiatura.

Volevo cominciare con un giudizio secco sul film di cui sto per parlare, e invece prenderò la strada inversa, arrivandoci poco a poco. Sono sempre stato appassionato più della commedia americana che di quella nostrana, nonostante gli illustri esempi del passato facciano mantenere i piatti della bilancia piuttosto in equilibrio. Ma questa bilancia, col passare degli anni, si sta sbilanciando (il gioco di parole è del tutto casuale) verso i nostri concorrenti d’oltreoceano e, ultimamente, anche francesi. Accade talvolta di ricredermi, di trovare una piccola gemma in un mare di volgarità ed insulsaggini. Ma accade pure di accostarmi ad una nuova opera, non dico con il cuore colmo di speranze, ma almeno con un ragionevole beneficio del dubbio. Ecco, Tutta colpa di Freud quelle speranze le ha distrutte. Quasi tutte. Più i minuti scorrevano, e più me ne convincevo.

La trama, innanzitutto. Marco Giallini è uno psicoterapeuta che ha dovuto crescere da solo le tre figlie: Marta, cioè Vittoria Puccini, che non riesce a trovare l’uomo giusto; Sara, vale a dire un’Anna Foglietta lesbica che vuole provare a diventare etero; e poi Laura Adriani, nel ruolo della diciottenne Emma che ha una relazione col cinquantenne Alessandro (Gassman), sposato però a Claudia (Gerini), di cui a sua volta è invaghito il nostro protagonista. L’intreccio è questo, seppur in soldoni, talmente banale da non contenere, in sé, nessuno spunto comico. Già il finale è così scontato che chiunque potrebbe indovinare come vanno a finire le cose fin dal trentesimo secondo del film, non ci si poteva inventare una situazione, un plot un po’ più intrigante?

Allora uno pensa: l’elemento esilarante deve essere lì in mezzo, nel vedere come evolvono le relazioni e come si arriva al benedetto happy ending. Per quanto mi riguarda, la risposta è no. Perché? Ma perché tutto era troppo al di fuori del normale, della vita quotidiana così come la conosciamo. Dico io, un padre di famiglia che, di fronte alla notizia del fidanzamento della figlia appena maggiorenne con un uomo che ha trent’anni più di lei, quasi non batte ciglio, s’è mai visto? E poi sempre gli stessi luoghi comuni, gira e rigira ci propinano sempre gli stessi personaggi con facce diverse: il marito infedele con la crisi di mezz’età e la moglie che ovviamente non sospetta di nulla, la ragazza bella e figa che chissà per quale maledizione non riesce a trovarsi un fidanzato, la sfigata di turno costretta a passare per la solita trafila di esemplari maschili tutti irrimediabilmente sbagliati (altro cliché: noi uomini siamo tutti egocentrici, immaturi, infedeli, taccagni e incapaci di ascoltare. Nessuno escluso). Insomma, siamo lontani anni luce da Immaturi. Eppure Paolo Genovese stavolta ha collaborato a quattro mani con Leonardo Pieraccioni (ma pure lui perde colpi su colpi). Però due esperti della risata potevano fare di meglio, dai.

Il vero peccato è che il materiale buono c’è: Vittoria Puccini è brava come al solito, Claudia Gerini è come il vino, più invecchia e più migliora (s’è guadagnata pure la nomination ai David di Donatello, infatti), e l’idea di un padre analista che deve mettere ordine nelle vite di tre figlie complicate poteva essere sfruttata meglio.

Addirittura, in una scena, Sara/Anna Foglietta si permette di lanciare una frecciatina alla commedia americana. Ma Paolo, non è che tu sia il re della comicità-made-in-italy; se proprio vuoi guardare gli altri, fa’ un po’ di compitini a casa e cerca di imparare dai tuoi predecessori.

 

VOTO: 3

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