Quando il nome (non) è tutto un programma

Il titolo parla chiaro. Se la signora in questione, e il film con lei, si chiama Malefica, un motivo ci sarà. Solo che questo motivo ancora mi sfugge. Quando, alla fine degli anni Cinquanta, Walt Disney ebbe l’idea di portare sullo schermo la storia della bella addormentata, il personaggio della fata perfida e vendicativa fu battezzato con un nome inequivocabile che racchiudesse in una sola parola la più intima essenza di questa dama delle tenebre. Inequivocabile, certo, tranne che per gli sceneggiatori di Maleficent, che pure è targato (ahimè!) Walt Disney Pictures.

La Malefica in questione è l’incarnazione del perdono, dell’amore puro e della bontà d’animo, lei che di umano ha ben poco, mentre i veri umani fanno a gara a chi è più bugiardo e più meschino: si prende cura della flora e della fauna attorno a sé come un novello Francesco d’Assisi e (sorpresa sorpresa) veglia persino sulla piccola Aurora dalla culla fino alla pubertà (ma non era lei che voleva ucciderla fino a un istante prima?). Neanche Angelina Jolie, nonostante la sua mimica facciale e il trucco niente male, riesce ad essere fino in fondo un valido alter ego in carne ed ossa di quello che è rimasto negli anni un personaggio cult del cinema d’animazione, e la sua trasformazione da buona a cattiva è così fulminea e passeggera da vanificare ogni speranza di un miglioramento della trama. Colpa anche di un’ambientazione troppo poco dark, dei colori sgargianti e del contorno di bestie e creaturine che contribuiscono ad un’atmosfera tutt’altro che inquietante.

D’altra parte, se questa Malefica per nulla cattiva è tanto smielata da far cadere le braccia, non si riesce a tifare nemmeno per i “buoni” tradizionali, per il re Stefano che scopriamo essere il vero antagonista della situazione, per le tre fate degradate ad uno stato di incompetenza ed imbecillità, per questa Aurora (Elle Fanning) così stucchevole ed esageratamente ridanciana da far sperare che dal sonno non si risvegli mai più.

Quando si ha un grosso debito verso un capolavoro degli anni passati, è sempre difficile riuscire a reggere il passo, si sa; ma se anche questo incrocio mal riuscito tra i libri di Harry Potter e l’intro della DreamWorks non avesse avuto le fiabe di Perrault e dei Grimm e il più celebre lungometraggio animato alle sue spalle, il risultato non sarebbe stato di gran lunga migliore. Eppure Maleficent attinge molto al cartone disneyano del 1959: l’aggiunta delle corna sulla testa, il lungo bastone usato a mo’ di scettro, un corvo come fedele compagno e, appunto, anche il nome. Tutto quello che caratterizza Malefica dal di fuori viene da lì. E allora perché non lasciarle immutata anche l’indole malvagia, il suo tratto primario? A cosa serve andare a scavare nella storia segreta della nostra regina del male solo per giustificarne scelte e azioni sbagliate? Il cinema è sempre stato pieno di eroi negativi, dal VitoCorleone di Marlon Brando ne Il padrino a Mickey e Mallory di Assassini Nati a Crudelia De Mon de La Carica dei 101, tanto per restare nell’ambito dell’animazione, e noi li abbiamo amati tutti. Non avremmo dunque continuato ad amare anche lei, se fosse rimasta malefica di nome e di fatto?

E non ci fanno neanche ascoltare la meravigliosa voce di Lana Del Rey durante il film, se non soltanto alla fine, durante i titoli di coda. Insomma più ci penso, e più non riesco a capacitarmi delle ragioni che hanno indotto la Disney a distruggere un mito. So soltanto che dopo tutto questo mi è venuta voglia di guardare La bella addormentata del bosco. Marc Davis, lui sì che era un genio.

VOTO: 3

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