Vivi. Muori. Ripeti. Fino alla fine.

Pianeta Terra, in un futuro imprecisato ma alle porte. Orde di extraterrestri all’assalto dell’Europa. L’umanità intera alla disperata ricerca della salvezza, di una speranza, di un eroe. Questo è il nostro domani. Questo è Edge of Tomorrow.

Il più improbabile degli ufficiali dell’esercito americano viene spedito, suo malgrado, sulle coste della Francia, a prender parte a questo sbarco in Normandia che si rivelerà un totale e inaspettato massacro. Ma il genere umano ha un asso nella manica, perché il nostro soldato, che in quella battaglia ci rimetterà le penne, si risveglierà un attimo dopo la sua morte in un domani che è già passato. Scoprendo di esser destinato, ad ogni dipartita, a ritornare indietro al giorno precedente, esattamente nel momento in cui viene trascinato al campo del suo plotone. Capirà che ripercorrere lo stesso giorno passo dopo passo è l’unico modo per prevenire e contrastare le mosse del nemico, e scoprirà nella soldatessa Rita Vrataski, assurta a simbolo della lotta contro gli spietati Mimics, una preziosa alleata che possa guidarlo e affiancarlo nel combattimento.

Tom Cruise torna sempre più al grande cinema dopo quel lustro poco entusiasmante che durò fino al 2011, quando incominciò la risalita con l’ultimo Mission: Impossible, e con Edge of Tomorrow – Senza domani aggiunge un altro interessantissimo tassello alla sua notevole filmografia; un tassello che si incastra benissimo in quel mosaico action-fantascientifico che è poi la piega che sta prendendo la sua carriera, e che ne fa il beniamino di tutti noi spettatori, l’eroe che chiunque vorrebbe avere al suo fianco in caso di assedio o catastrofe imminente. Un tassello, lasciatemelo dire, in cui risulta quantomai convincente.

Il ragazzo che faceva cadere le donne ai suoi piedi shakerando cocktail e indossando un paio di Ray Ban ha ancora oggi quell’umorismo che ricordavo, la forma, l’umanità, il sorriso di sempre. Ed Emily Blunt è divenuta finalmente l’eroina per cui vorremmo tifare, smettendo i panni della spocchiosa Emily Charton de Il diavolo veste Prada che rischiavano di rimanerle incollati addosso.

Ripenso ai momenti iniziali, quando il soldato Cage, e il pubblico in sala con lui, non ha ancora ben chiaro il motivo per cui il suo ieri si ricicli continuamente in un domani già vissuto, a quelle scene da Salvate il soldato Ryan in chiave futuristica, e ho ancora presenti la trepidazione e lo sconforto di un inevitabile disastro, tra mille scoppi, spari, fragori ed incendi in immagini che colpiscono gli occhi e le orecchie, mentre tutto ciò che rimane è solo la sensazione di schianto.

 

Non c’è che dire, il regista Doug Liman ci ha consegnato un’opera in cui tutto combacia, nulla è fuori posto, ogni cosa è imprevista e giustamente sorprendente. Pazienza se a qualcuno non convincerà la forma di questi alieni o dell’organismo che li governa; se ci si pensa troppo, si rischia di scoprire che in ogni extraterrestre del grande schermo c’è sempre qualcosa che non quadra. Non è questo che conta: valgono i viaggi nel tempo, una trama ben solida, la potenza visiva e gli sguardi dei protagonisti a fare di questo film quello che è.

VOTO: 8

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