L’amore, la guerra e la segregazione nel District 9

Ci sono quei film di fantascienza in cui gli alieni sono i soliti omini verdi con la testa gigante, venuti sulla Terra per conquistarla e sottometterci. Qualche volta sono grigi, ma comunque sempre dei mostri restano. Sono quei film dove gli extraterrestri sono la razza superiore e onnisciente, ma chissà perché non riescono mai a comprendere la nostra lingua, ci studiano per anni e non sanno comunicare con gli esseri umani; e alla fine è sempre la cosa più ovvia quel che li annienta e li mette in fuga. Il classico film sugli alieni vuole che loro siano cattivi e noi buoni, e che il bene e il male si sappia sempre dove stanno. E mai una volta che il protagonista sia l’uomo comune: il vero eroe, come insegna l’Hollywood dei vari Bruce Willis, Tom Cruise e Will Smith, deve sempre avere qualche muscolo in più, un’etica solida e pure il suo sex appeal, che non guasta mai. Ma District 9 è di tutta un’altra pasta.

District 9 è un film del 2009 diretto da Neill Bloomkamp, che, nonostante gli apprezzamenti della critica e la nomination all’Oscar per il miglior film, resta ancora piuttosto sconosciuto, o almeno non gode della fama che meriterebbe. Nel 1982, un’astronave aliena si posa sui cieli di Johannesburg, dove rimane immobile per settimane, incapace di ripartire. Il governo sudafricano si addentra nella nave, traendo gli alieni in salvo sulla terraferma e confinandoli nel Distretto 9, dove vivranno per i successivi vent’anni, tra la paura e l’odio della gente locale. Fino a quando, però, non viene decretato il dislocamento dei nuovi abitanti “non-umani” in una zona lontana dalla città, con una squadra mandata a presentare loro le ordinanze di sfratto, guidata da Wikus Van De Merwe, che a seguito di un incidente subirà una dolorosa e “alienante” (in tutti i sensi) trasformazione.

Ci sono molti motivi per cui District 9 è un film innovativo, coinvolgente, diverso, che vale la pena di vedere. La suggestiva immagine della navicella sospesa sulla città è, per esempio, uno di questi. Come pure il fatto che il susseguirsi, o meglio, il precipitarsi degli eventi ti tenga incollato al divano dal primo all’ultimo minuto. Ma è soprattutto la fisionomia di questi alieni, e il rapporto che instaurano con i loro vicini umani, quel che lo rende davvero pregevole.

Il bene e il male sono sempre presenti, anche qui, in questa metropoli pronta ad esplodere, solo che non è così facile distinguerli. Gli alieni sono ancora dei mostri, simili a dei gamberoni, come vengono spregiativamente chiamati, e in apparenza sono anche ostili, violenti, barbaricamente refrattari a ogni forma di civilizzazione. Ma l’apparenza è destinata a rimanere tale, gli esseri umani non sono necessariamente i più “umani”, e gli alieni sono anche capaci di sentimenti nobili. Come dire, la pelle non fa il mostro. Si potrebbe anche dire che il regime di apartheid che vige nel nono distretto richiama alla memoria i fatti storici Novecento sudafricano, come pure lo stesso titolo del film, e gli alieni non sono altro che le vittime moderne di un odio razziale che non può essere cancellato a colpi di leggi: si noterebbe, allora, che District 9 ha un significato ancora più profondo.

Sharlto Copley è l’eroe di questa tragica vicenda per niente eroica, dove amici e familiari non provano altro che indifferenza, e dove l’unica speranza di salvezza può essere proprio la creatura a cui mai avresti affidato la tua vita. Non sempre leale, impacciato e mosso più da interessi personali che amore del prossimo, Sharlto/Wikus compirà una metamorfosi fuori e dentro, che lo porterà a riscattarsi pienamente nel finale mozzafiato, e infine negli ultimi, estremi istanti, quando l’empatia tra lo spettatore e il protagonista raggiunge il massimo livello, e si comprende chiaramente come l’amore, quello vero, non conosca distinzioni di alcun genere.

VOTO: 10

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