Hollywoodland. Cosa si nasconde dietro la maschera del divo.

Los Angeles. 1959. Louis Simo è un investigatore privato che indaga sulla morte di un divo del piccolo schermo, George Reeves, meglio conosciuto come il primo Superman televisivo. Animato più dal bisogno di soldi che dall’amore per la verità, Simo finirà col fare luce in un mondo di finzioni e di bugie, in cui il povero George si sentiva sempre più solo, insoddisfatto, desideroso di ritrovare la sua dignità di attore e di scrollarsi di dosso un personaggio troppo ingombrante per condividere con lui una vita sola. Scoprirà che il bel mondo dello spettacolo non è fatto sempre di lustrini e paillettes, e men che mai il mondo di Reeves, dove i veri affetti non si contano nemmeno sulle dita di una mano, imbattendosi in una madre a cui basta che al figlio sia dedicata una statua in bella mostra per rinunciare in un batter d’occhio alla ricerca del movente, in una fidanzata innamorata unicamente del denaro, nell’amante abbandonata Toni Mannix, moglie di quell’Eddie Mannix che all’epoca dirigeva la Metro-Goldwyn Mayer. Immaginerà le sue versioni del decesso, associandovi ogni volta una ragione ed un colpevole diverso, fino ad arrendersi all’eventualità che, a dispetto dei tasselli che non trovano la giusta collocazione, si sia trattato veramente di un suicidio.

Louis Simo è il protagonista immaginario di questo film, ma la storia è quella (reale) del vero George Reeves, forse un po’ romanzata, volendo ammettere che quella dell’infelicità e del costume che gli stava stretto sia stata una supposizione. Ma a quei tempi il caso fu archiviato davvero come suicidio, giustificato dalla convinzione che l’attore fosse depresso perché dopo la chiusura di Adventures of Superman non riusciva più a lavorare. Hollywoodland è solo uno dei tanti film che raccontano il cinema, un esempio di quel che si chiama metafilm, nato quasi con la stessa industria cinematografica. Sembra che registi e cineasti di ogni dove non possano fare a meno di raccontare il loro mondo con uno sguardo spietato dall’interno, dagli indimenticabili  di Fellini a I protagonisti di Altman, fino ad esempi più recenti come Hitchcock di Sasha Gervasi e Il caimano di Nanni Moretti. Ma la storia del cinema è piena anche di film che raccontano il dolore e la disperazione che le telecamere non possono riprendere, soprattutto quelli di chi si è visto usare e poi gettar via da una vita che significava tutto, dai classici Che fine ha fatto Baby Jane? e La signora di tutti, fino al più recente, ma a tinte più leggere, The Artist, senza dimenticare l’immancabile Viale del tramonto.

Hollywoodland poteva essere raccontato diversamente: poteva essere, per esempio, ancora più cupo, e un pizzico più frenetico, evitando così che la suspense e la curiosità si perdessero troppo facilmente. Così come andava concesso più spazio a George Reeves, meno all’investigatore, lasciando che lo spettatore seguisse coi suoi occhi gli sviluppi dell’indagine e traesse da sé le conclusioni, senza essere guidato dalla logica del detective. Quel che non poteva essere migliorato, invece, è il cast, già al massimo delle sue potenzialità, con un sorprendentemente bravo Ben Affleck, premiato a Venezia con la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile nel 2006, e l’ancora più credibile e impressionante Adrien Brody, affiancati dal compianto Bob Hoskins, da Diane Lane, e dalla talentuosa Lois Smith, che troppe poche partecipazioni ci ha regalato per un’attrice del suo livello.

VOTO: 7

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