Il mondo del futuro in bianco e nero è incolore e insapore. In tutti i sensi.

Da qualche parte sul pianeta Terra, nell’anno 2048, un giovane adulto viene scelto dalla comunità per ereditare la carica di Accoglitore di Memorie, lui che è in grado di vedere ciò che l’uomo è ed è sempre stato davvero sin dall’inizio dei tempi mentre tutti attorno a lui hanno cancellato emozioni e ricordi dalla propria vita. È il mondo di Jonas, che col solo aiuto del Donatore si imbatterà in una corsa contro il tempo e contro tutti per restituire al genere umano quel qualcosa in più che rende l’esistenza degna di essere vissuta. The Giver – Il mondo di Jonas va a nutrire il filone di film ambientati in un futuro distopico come i già famosi Divergent e Hunger Games, con i quali condivide non poche somiglianze. Anche qui ritroviamo un’umanità governata da un manipolo di individui che ne ha predefinito e regolarizzato ogni minimo aspetto della vita quotidiana, indirizzando ogni singolo essere umano verso un futuro prestabilito che ha soltanto l’opportunità di accettare. Anche qui i giovani sono chiamati a una cerimonia di iniziazione durante la quale verrà annunciato il destino di ciascuno di loro, e anche in questo caso uno su tutti (stavolta l’eroe ha le sembianze di un ragazzo) ha un dono, una specialità che lo rende diverso da chiunque altro, e lo spingerà a lottare per riportare nel mondo la libertà di scegliere, l’amore, il coraggio, e il colore senza il quale le cose, avvolte nel grigiore, si assomigliano tutte le une con le altre.

Jonas è pronto a ribellarsi ad un ordinamento che ha standardizzato persino cibi e indumenti, uguali per tutti, che ha appiattito l’umana esistenza privandola dei suoi tratti essenziali, nella convinzione che senza il libero arbitrio l’odio e le guerre spariscano dalla faccia della Terra. Ma quando Jonas riceve dal Donatore i ricordi del mondo che è stato prima di loro, capisce che vale la pena di vivere persino la paura e l’odio se potrà provare sulla sua pelle il calore dell’amore.

Anche The Giver è tratto da un romanzo omonimo, firmato dall’americana Lois Lowry e apparso nel 1993 come primo capitolo di una quadrilogia. Pur non avendo mai letto il romanzo in questione, si ha la sensazione che debba essere comunque migliore della sua versione cinematografica: nel film si avvertono gli echi di una letterarietà che non è stata ben trasposta, come se il potenziale contenuto nel libro non sia stato reso sullo schermo con la dovuta profondità. Sembra che le immagini manchino di quella capacità di scuotere ed emozionare lo spettatore, persino nel momento più adrenalinico della storia, in cui i protagonisti lottano tra la vita e la morte, la narrazione manca di suggestività. I personaggi sono piatti come le divise che indossano, non comunicano, non colpiscono, e non per quell’assenza di emozioni che regna in questo mondo, ma perché non hanno nulla che stimoli la nostra immaginazione. Brenton Thwaites non ha la verve né il fascino della Tris Prior di Divergent né di Katniss Everdeen di Hunger Games; quanto agli altri, i ruoli sono decisamente al di sotto delle loro potenzialità, e la sceneggiatura troppo approssimativa non consente di dar conto di una possibile evoluzione, e così trama, azione e protagonisti restano nascosti sotto il manto della mediocrità e dell’inespressività. Neanche Jeff Bridges riesce a risollevare le sorti del film, e quanto a Meryl Streep, nei panni del Capo Anziano, faceva più paura quando recitava ne Il diavolo veste Prada.

VOTO: 4

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