I Linkin Park, The Hunting Party e i tempi che cambiano

Il ritorno dei Linkin Park è avvenuto piuttosto sottovoce (sì, lo so, usare la parola sottovoce nel loro caso può sembrare una provocazione), e non fosse stato per qualche notizia letta in rete qua e là nemmeno me ne sarei accorto. Nessun singolo potente che abbia fatto da traino. Ascoltando il loro ultimo lavoro, un po’ credo di aver capito il perché. The Hunting Party è il primo album in dieci anni a non aver raggiunto la vetta della classifica americana. Certo, lo zoccolo duro dei fan continuerà a resistere, c’è chi l’avrà comprato e chi magari giurerà che è un capolavoro, ma da parte mia, credo che stiano perdendo colpi.

La prima sensazione che ho provato fin dalla prima canzone dell’album è quella che Chester Bennington urli troppo e senza ragione: certo, quello è lo stile dei Linkin, non sono mica un coro da chiesa, e probabilmente è colpa mia che non riuscirò mai ad apprezzare fino in fondo il loro sound, ma non avevo la stessa impressione quando ascoltavo Bleed It Out o Somewhere I Belong. C’è modo e modo di cantare, e pare che loro ci abbiano preso gusto a esagerare anche laddove non c’entra proprio niente.

Ho letto da qualche parte che con The Hunting Party i Linkin Park sarebbero tornati alle origini e alle sonorità che li hanno resi famosi. A me sembrano lontani dai tempi di Hybrid Theory. Più di dieci anni fa, al loro esordio, avevano già trovato la giusta dimensione, muovendosi in equilibrio tra il punk e il rock più turbolento, con un’aggiunta di rap; poi, ad un certo punto, hanno deciso che dovevano sperimentare (per carità, ben venga) e hanno perduto un po’ la retta via. Magari hanno deciso di optare per una musica meno “vendibile” e di mirare a una fetta precisa del loro pubblico, ma prima avevano un loro stile, una loro impronta riconoscibile. Adesso pare che si aggirino nei dintorni dell’hard rock, spizzicando tra influenze elettroniche alla moda e ritmi tipo P.O.D. e altre band nu metal, ma di nuovo, stavolta, non hanno niente. Dodici tracce che scorrono l’una dopo l’altra lasciando alquanto indifferenti. Decisamente gradevoli gli ultimi due singoli rilasciati, Rebellion e Final Masquerade, i brani migliori dell’album. Restano una delle più quotate rock band di oggi, e una delle mie preferite, ma hanno senza dubbio vissuto anni più felici.

VOTO: 5

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