Lovelace, il film sulla donna che non voleva diventare un’icona

Alla sua uscita, Lovelace non ha goduto di una efficace pubblicità, né tantomeno di una buona distribuzione. Di conseguenza, il pubblico in sala è stato decisamente scarsino. In molti, probabilmente, non sapranno neanche della sua esistenza. Credevo si trattasse di una scelta scaturita dalla mediocrità del film, oppure dalla scandalosa vicenda che racconta. Né l’una né l’altra. Semplicemente, in Italia come in America (e forse anche altrove), Lovelace è stato vittima di una strategia poco ragionata. Intendiamoci, non stiamo parlando di una pellicola controversa come Shame o di un capolavoro alla Bertolucci. Ma con un prodotto del Sundance con un cast (quasi) stellare, si poteva fare di meglio.

La lanciatissima Amanda Seyfried veste i (pochi) panni della pornostar Linda Lovelace, in questo biopic che si suppone ispirato alla sua vita così come la raccontò lei stessa, diversi anni dopo il film che la rese famosa in tutto il mondo, Deep Throat (da noi La vera gola profonda). Sembra essere però più convincente nella prima parte del film, dove si racconta l’ascesa al successo, il lato positivo della medaglia, con tutti gli onori e le glorie che vennero da quell’esperienza, piuttosto che nella seconda, cioè la parte in cui si assiste alle violenze, le minacce e le pressioni che scandirono il suo matrimonio con Chuck Traynor. È il momento più delicato di tutto il film, quello in cui lo spettatore prende coscienza degli abusi subiti dalla pornostar, che in realtà non aveva la benché minima intenzione di diventare tale; per questo la solitudine, la paura, l’incomprensione della donna che negli anni settanta si ritrovò inconsapevolmente ad essere un’eroina del femminismo e dell’emancipazione, avrebbero meritato di essere resi con un pizzico di drammaticità in più.

Gli attori sono tutti al loro meglio, dal protagonista maschile Peter Sarsgaard (Chuck) fino ai comprimari Chris Noth, Bobby Cannavale, Debi Mazar, Juno Temple e Adam Brody: un cast ben scelto, si può dire. Sharon Stone (la madre di Linda) è decisamente impeccabile, e la sua è la performance più persuasiva dopo quella di Sarsgaard, dimostrando dunque di essere come il vino: più invecchia, e meglio diventa. Dovrebbe lavorare molto di più al cinema. Personalmente, non so quanto gli eventi narrati siano storicamente accurati, ma va bene così: un film non deve per forza raccontare la verità, ma può limitarsi anche ad offrire al suo pubblico una versione dei fatti. Questa versione, però, non riesce a coinvolgere fino in fondo. È tutto troppo entro le righe, manca l’eccesso, manca il brivido, mancano i lustrini e i capogiri e le turbolenze che hanno caratterizzato, come il film stesso stesso vuol farci credere, gli anni di vita di Linda Lovelace, e quel boom mediatico che portò la pellicola ad essere definita come il Via col vento del cinema a luci rosse.

VOTO: 7

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