Indiana Jones, un eroe senza tempo.

Mi sono chiesto in che modo si dovesse guardare un film come Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta: forse dimenticandosi per un attimo di vivere oltre trent’anni dopo la realizzazione di quel cult, tentando di calarmi nello spirito (molto americano) degli anni ’80, in un’epoca dominata dallo sbanca-botteghino Steven Spielberg e caratterizzata dal rilancio del genere d’avventura in stile I Goonies e All’inseguimento della pietra verde. Mi sono convinto che dovessi distaccarmi dal mio atteggiamento di spettatore nato e cresciuto un decennio più tardi e cominciare a guardare le cose con la lente dell’immedesimazione. Cercare, cioè, di considerare la pellicola senza staccarla dal suo contesto.

La verità è che I predatori dell’arca perduta è un film perfettamente godibile anche oggi, a tanti anni di distanza dalla sua uscita nelle sale, sempre ammesso che vi piacciano i film d’avventura. Moltissime scene e numeri si ritrovano invariati nei film del filone avventuroso a venire (dalla sequenza iniziale in cui il protagonista deve destreggiarsi tra una serie di trabocchetti in un antico tempio), tanto da accomunare questa pellicola del 1981 a tante altre successive, rendendola anche meno lontana nel tempo. E non c’è motivo di dubitare che, da questo punto di vista, I predatori dell’arca perduta abbia fatto scuola. Tanto di cappello anche per l’aspetto tecnico, considerando gli effetti speciali non male per l’epoca, e che il film è davvero ben curato e girato. Numerosi riconoscimenti vennero anche per la colonna sonora, ma su questo sarei un tantino meno d’accordo (senza nulla togliere al mitico tema creato da John Williams).

Se parliamo di Harrison Ford, e del suo mitico personaggio, non c’è che dire. Indiana Jones è un eroe non convenzionale: colto, esperto di archeologia ma molto lontano dall’immagine del professore rinchiuso nel suo studio tra pile di libri, ha un buon posto di lavoro ed è perfettamente integrato nella società, agisce alla luce del sole e non ha bisogno di nascondersi, combatte dalla parte giusta ma si evince che non è sempre un galantuomo, e soprattutto, le sue armi non sono i muscoli o i superpoteri. Nessuno mai, né prima né dopo di lui, ha avuto come segni distintivi una frusta e un borsalino.

Il problema è proprio essere appassionati al genere. La storia di un archeologo incaricato di impossessarsi dell’Arca dell’Alleanza prima che lo facciano i nazisti e del suo viaggio tra Nepal, Egitto e Grecia per portare a termine la missione, a me, personalmente, entusiasma soltanto fino a un certo punto. L’ho trovato interessante sul principio e verso la conclusione, ma nel mezzo l’attenzione tendeva a scemare. Non è questione di tempi. Più che altro di gusti. Neanche il fatto che alcuni degli antagonisti sembrino delle macchiette al limite del reale, o che Indiana Jones riesca in ogni caso a sbaragliare orde di avversari armati fino ai denti uscendone sempre vincitore c’entra molto con la questione temporale. Sono esagerazioni che mi riescono difficili da digerire, per quanto voglia restare fedele alla faccenda dell’immedesimazione. D’altro canto, si riesce perfettamente a godere dell’umorismo disseminato tra un inseguimento e un altro, a conferma del fatto che Indiana Jones, in quanto film, personaggio e avventure connesse, può essere apprezzato anche in un’epoca in cui i viaggi in terre esotiche e lontane sono passati di moda.

Obiettivamente riconosco tutti i pregi di questo classico senza età, ma non posso etichettarlo tra le opere migliori che abbia visto. VOTO: 7.

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