Edward mani di forbice, la favola moderna sulla diversità

Difficile credere che alla sua uscita nelle sale Edward mani di forbice racimolò poco più di quanto era costato, evitando per poco di cadere sotto l’etichetta di “fiasco totale”. Difficile, perché si tratta, secondo un parere molto diffuso, del miglior film di Tim Burton; ma soprattutto perché stiamo parlando della più bella favola moderna che sia mai stata raccontata.

Edward mani di forbice si colloca a metà tra il genere drammatico e il filone fantastico, ma non è solo questo. È una parabola sull’amicizia e sull’amore, di quello tra un uomo e una donna, ma anche tra un uomo e il suo prossimo, il suo vicino, per usare una parola calzante. È il racconto più esemplare sulla diversità e sulla paura dell’altro, dell’insolito, dello straordinario, in qualunque senso si voglia intendere il termine. Perché Edward è davvero fuori dall’ordinario, nel bene e nel male.

Frutto del lavoro di un inventore, Edward (un meraviglioso Johnny Depp) si ritrova a vivere nel suo enorme castello del tutto isolato dal resto mondo, che non conosce, quando il suo “creatore” muore improvvisamente prima che possa riuscire a dargli una forma completamente umana, lasciandogli delle enormi cesoie al posto delle mani. Ritrovato da un’affabile abitante dell’isolato, Edward incomincia a vivere la sua nuova vita circondato dalla comunità inizialmente benevola ed entusiasta, per poi scoprire da solo che l’integrazione può essere più difficile di quanto sembri.

Decisamente significativo e funzionale al racconto è il rilievo che volutamente viene attribuito al panorama della piccola provincia americana, dove le case di un caldo color pastello cessano di essere puramente contorno e si stagliano con prepotenza davanti agli occhi dello spettatore, contrapponendosi allo scenario spettrale e tenebroso dominato dal castello in cima alla collina. Tonalità e suggestioni si scambiano continuamente ruolo, sconvolgendo il comune senso della percezione: accade così che, paradossalmente, Edward sia più al sicuro proprio nella sua cupa fortezza, buia e polverosa, piuttosto che nelle luminose ed apparentemente accoglienti case colorate, la cui facciata senza dubbio gradevole alla vista non corrisponde a ciò che vi si trova dentro. Dove le piccole finestrelle permettono ai suoi abitanti divorati dal sospetto e dalla paranoia di spiare dall’interno senza mai lasciarvi entrare veramente qualcuno. Dove le strade perfettamente regolari e i prati tosati fino alla più maniacale delle perfezioni celano il desiderio di appiattire tutto quanto faccia parte della nostra vita quotidiana in un ordine conosciuto, familiare, controllabile.

Appare chiaro, alla fine, che il vero mostro non è l’uomo pallido vestito di scuro con le grosse forbici che sbucano dai polsi, ma l’umanità medesima, che riesce ad accettare il diverso e l’alieno da sé soltanto quando può assimilarlo a sé stessa, salvo poi respingerlo quando si accorge che la diversità è destinata a rimanere tale. L’intero vicinato pettegolo e conformista, qui splendidamente dipinto grottescamente e non senza una buona dose di coinvolgente comicità, si rivelerà del tutto incapace di guardare al di là del proprio naso, e la sola a riconoscere il valore dell’animo gentile del protagonista sarà la giovane e dolce Kim (Winona Ryder), l’unica disposta a valicare i limiti della sua iniziale diffidenza per scoprire cosa c’è oltre i giardini del suo bel quartiere. È proprio lei, alla fine di questa malinconica storia a metà tra un romanzo gotico e un ritratto dell’America anni ’50, a rivelare che, se la società non è riuscita a soffocare le “anomalie” del povero Edward, è stato proprio lui, invece, a cambiare per sempre l’aspetto della cittadina, non attraverso le sue sculture d’erba o le acconciature per signora, ma facendovi cadere la neve, che tutto copre e tutto purifica.

VOTO: 10

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