Indiana Jones, capitolo secondo

Nel 1984, esattamente trent’anni fa, usciva il secondo capitolo della saga dell’archeologo più famoso del mondo, Indiana Jones e il tempio maledetto. Visto che ho deciso di dedicarmi alla scoperta di uno dei personaggi cinematografici più amati di sempre, dopo il primo mi è toccato vedere anche questo.

Alla sua seconda avventura (che in realtà ha luogo un anno prima della precedente), le imprese del dottor Jones mi appaiono stavolta un tantino più movimentate, già a partire dalla prima agitatissima sequenza che introduce lo spettatore ad alcuni elementi chiave della pellicola. Prima di tutto, i due nuovi ma fondamentali personaggi della storia, la cantante Willie Scott, impersonata da Kate Capshaw, e il piccolo Short Round, detto Shorty, ovvero Jonathan Ke Quan, che all’epoca aveva poco più di dieci anni. Il secondo elemento, non meno importante, è una caratteristica intrinseca del film stesso: l’azione. C’è parecchio movimento qui, ancor più che nel primo episodio. Si lotta, si spara, si fugge e si viaggia senza sosta, e fin dall’inizio la storia sembra svolgersi come se non ci fosse tempo da perdere, come se l’avventura in India fosse proprio dietro l’angolo, ad aspettare impaziente i nostri protagonisti.

Il risultato è che l’attenzione cresce istante dopo istante. Sorvoliamo pure su alcuni dettagli (ci si potrebbe mettere a smontare il film pezzo per pezzo per sottolineare le incongruenze varie); dopotutto, è pur sempre di una finzione che stiamo parlando, non di un documentario, e credo ormai che l’intero genere d’avventura non potrebbe stare in piedi se non gli concedessimo di esagerare un po’ di tanto in tanto. Anzi, devo dire che, per quanto I predatori dell’arca perduta sia universalmente riconosciuto come una delle pellicole che più hanno segnato la storia del cinema, mi sembra molto più aderente al vero quest’episodio rispetto al suo predecessore. Certo, l’arcano e il sovrannaturale hanno ancora un ruolo principe, ma non riescono a intaccare del tutto il realismo di fondo. Come dire che la storia è inventata, ma potremmo pure crederci.

E si ride anche di più. Kate Capshaw funziona meglio come personaggio femminile rispetto a Karen Allen, e se consideriamo pure la preziosa aggiunta di Jonathan Ke Quan (il Data de I Goonies, per intenderci), le due new entries conferiscono all’insieme un tono più ilare e rilassato che aumenta la gradevolezza della visione.

L’unica cosa che ancora non riesco a sopportare, al di là della colonna sonora (lo so, lo so, è un pezzo di storia anche quella), sono i combattimenti in stile mille contro uno, in cui il nostro Indy ha miracolosamente e prevedibilmente sempre la meglio. Voglio essere indulgente su tutto, ma si poteva almeno evitare di mandargli contro interi squadroni con tanto di sciabole o pistole per poi farlo uscire sempre incolume tutte le sante volte. Non si poteva trovare un modo per fargli affrontare i nemici uno ad uno? No? Capisco, poi non sarebbe più stato Indiana Jones. Pare mi debba rassegnare a questa americanata bell’e buona. Perlomeno, questa volta mi sono scansato i nazisti.

Sebbene sia il capitolo che ha incassato complessivamente, nel mondo, meno di tutti gli altri della tetralogia, ed è probabile che sia io a non capirci niente, è mia opinione che superi decisamente il suo più famoso antecedente. Ma che vuoi farci, de gustibus non disputandum est.

VOTO: 8

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