L’amore bugiardo – Gone Girl

Guardando L’amore bugiardo – Gone Girl, mi sono convinto fin dai primi minuti di assistere alla visione di un buon film, che diventava poi sempre più avvincente, lasciandomi, infine, con la sensazione che si tratti di un capolavoro.

David Fincher non sbaglia un colpo, e al suo decimo titolo segna un altro punto a suo favore. La regia è indiscutibilmente magistrale, e il cast tira fuori il meglio di sé, a cominciare dai ruoli minori di Tyler Perry e Missi Pyle per culminare coi protagonisti Ben Affleck e (soprattutto) Rosamund Pike, qui all’interpretazione probabilmente migliore di tutta la sua carriera. La storia dei due coniugi Nick e Amy Dunne si colora di tinte gradualmente più fosche, mentre assistiamo ai retroscena di un matrimonio apparentemente felice, che finisce per incastrarsi nelle grinfie dell’insoddisfazione e dell’indifferenza di tutti i giorni. Lentamente, però, il quotidiano scivola via, lasciando il posto all’insolito, alla sorpresa, generata dalla misteriosa scomparsa della moglie e dalla sconvolgente rivelazione di un’indole insana, agghiacciante. Verrà fuori che il matrimonio dei Dunne è destinato, da quel momento, ad essere tutto tranne che noioso.

Che qualcosa non quadri nella versione del marito, che l’inganno e il mistero siano gli elementi essenziali dell’intera vicenda, lo si capisce senza troppi problemi dal momento in cui iniziano a scorrere i titoli di testa. Ma la conclusione è ben lontana dall’essere anche solo minimamente intuibile, e lo shock finale è destinato a coinvolgere e travolgere spettatori e personaggi insieme. Il tradimento, la vendetta, la paura, le discese negli abissi della psiche umana: nulla manca a questo noir in chiave moderna degno della miglior tradizione del regista americano, che parte da un intreccio buono per un thriller facendo precipitare, rapidamente, gli eventi in un vortice dark ed inquietante, e che, come già in Seven e in Millennium – Uomini che odiano le donne, si riserva di trasfigurare il volto interiore dei suoi personaggi fino alla fine. E quando, al secondo tempo, cambia radicalmente la carte in tavola, il confine tra il bene e il male non esiste più, e ci scopriamo tutti, indistintamente, vittime di un lato oscuro che aspettava solo di poter uscire.

Dopo Rooney Mara, un altro ruolo femminile che ha tutto il potenziale per lasciare il segno sull’immaginario collettivo. Amy Dunne muove imprevedibilmente i pezzi di questa scacchiera dove agli altri giocatori non resta che adeguarsi alle sue mosse, operando un’inconsapevole ma meditata manipolazione che si attua in scala sempre più grande: dal piccolo nucleo familiare alla rete dei vicini e conoscenti, fino all’instabile universo della comunicazione di massa. Quando la brutta faccenda di una donna scomparsa e di un marito presumibilmente coinvolto penetrerà nei salotti dei talk show televisivi, apparirà brutalmente evidente quanto il condizionamento mediatico, la distorsione del reale e l’influenza del sospetto possano avere un effetto devastante e inaspettato sulle nostre vite. Quanto una recita ben riuscita possa distogliere il pubblico a sbirciare cosa si cela dietro le quinte. E come la verità possa rimanere sepolta per sempre.

VOTO: 10

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