Boyhood. Ovvero tutto si trasforma.

Boyhood è certamente un lavoro interessante, e non solo perché, tutto sommato, è un bel film. Lo è soprattutto perché costituisce il risultato di un progetto andato avanti per ben dodici anni. Normalmente, per raccontare gli eventi della vita di un gruppo di persone, si ricorre a un po’ di trucco per invecchiare i più grandi, per mostrare gli anni che passano, e i più piccoli vengono sostituiti da altri attori. Ma non questa volta. Boyhood è l’approdo finale di un insieme di riprese che hanno davvero seguito il piccolo Mason durante la sua crescita, dai sei anni fino all’età del college, e con lui anche la sua famiglia. Dodici anni durante i quali i protagonisti sono cresciuti e invecchiati davvero, e non con l’aiuto di qualche espediente cinematografico.

Credo sia per questo che il film ha catturato tanta attenzione, e forse per lo stesso motivo anche il plauso della critica. Un progetto così impegnativo, che arriva come una ventata d’aria fresca, con la sua carica di originalità, non poteva mica passare inosservato. C’è qualcosa di commovente nell’osservare un corpo umano che procede il suo cammino negli anni, nell’assistere alla evoluzione di un bambino che passa sotto i nostri occhi a un’adolescenza piena, dai pomeriggi di gioco con gli amici ai primi accenni di barba sul viso.

Basta tutto questo a farne un capolavoro assoluto, o addirittura il miglior film dell’anno? Non ne sono sicuro. Resta il notevole valore dell’opera, quello nessuno lo mette in discussione, perché l’intenzione stessa che ne è alla base serve a conferire, da sola, un rilievo innegabile. In altre parole, varrebbe la pena di vederlo anche solo per questo.

Che poi ci sono anche i talenti degli interpreti, da Patricia Arquette, mamma affaticata e non sempre infallibile, premiata un po’ dappertutto, come ai recenti Golden Globe (e si attende una nomination all’Oscar). Ethan Hawke pure non scherza, nella parte del padre affettuoso e distante, e poi i giovanissimi Ellar Coltrane (il Mason protagonista) e Lorelei Linklater, nei panni di sua sorella. Bravissimi, tutti quanti.

Il difetto più evidente è l’eccessiva lunghezza (e non sono uno che si tira indietro davanti a Titanic e Via col Vento). Capisco ci sia tanto da raccontare, ma quei 165 minuti a un certo punto hanno cominciato a pesare. Mi ha colpito, invece, il modo in cui è stato girato. Sembra quasi che la macchina da presa si sia posata un po’ per caso sulla quotidianità dei protagonisti, come se il film si muovesse lungo il confine col documentario, e tutto ciò che volesse fare sia semplicemente raccontare. Senza idealizzare, senza appesantire, senza criticare, quasi che le immagini siano state scelte senza troppo pensarci su, riprendendo quel che capitava. L’obiettivo non era descrivere, ma raccontare e basta.

Sotto questo punto di vista, tanto di cappello a Richard Linklater e alla sua troupe. E se Boyhood dovesse lasciare il segno, sarà il tempo a dircelo.

VOTO: 8

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