Essere Posh non è bello

È assai difficile riuscire a sputtanarsi già dalla sequenza d’apertura, molto più di quanto si pensi. Di solito si tende a concedere ad un film il beneficio del dubbio almeno fino al primo quarto d’ora o giù di lì. Eppure, per Posh, accade esattamente così. Sono rimasto sbalordito, e non in senso positivo, solo a guardare la primissima scena, che voleva essere una giustificazione e una premessa agli eventi che sarebbero venuti, ed è stato un inizio tanto inutile quanto ridicolo, che lasciava già presagire che il resto non sarebbe stato granché.

Le conferme, infatti, non sono tardate ad arrivare. Questa storia di un club di Oxford esclusivissimo e prestigiosissimo, i cui membri devono essere sempre e soltanto in numero di dieci, non uno di più, non uno di meno, non ha niente, ma proprio niente, che non avessimo visto in precedenza. Anni e anni di cinema e tv ci hanno abituato alle immagini di vita quotidiana degli studenti d’oltreoceano, dalle confraternite scanzonate ai party scatenati a base di alcol e sesso. Posh è la solita minestra, condita pure peggio del normale, dal momento che i classici cliché non solo tornano tutti in massa, ma vengono pure accentuati fino all’inverosimile. I giovani rampolli membri del Riot Club sono tutti ricchi (ovviamente), di nobili e famigerate discendenze (naturale), e pure viziati e presuntuosi (ma va là). Per farla breve, va a finire che una sera, durante una cena ufficiale del gruppo, esagerano un tantino e si mettono a sfasciare il locale, poi prendono a botte il povero proprietario del pub e non sanno più come uscire dai guai.

La cosa insopportabile è che non c’è un accenno di verità, di realismo che dia credibilità alla narrazione. Questi disgraziati bricconcelli (che poi sono pure bravini nel ruolo, per carità), sono dotati di cultura spropositata nonostante pare che passino tutto il loro tempo a cazzeggiare, vengono da prestigiose e beneducate famiglie ma non si capisce perché siano dei veri e propri delinquenti, e alla fine ti ritrovi a pensare che se avessero sostituito i cortili di Oxford con i bassifondi di una metropoli ci avremmo creduto lo stesso se non ancora di più. L’aspetto ancora più irritante è la faciloneria con cui è stata liquidata l’intera vicenda, con la nostra gang di criminali che in un attimo si lascia i propri errori alle spalle e restano tutti felici e contenti. A un certo punto sembra quasi che stia per arrivare la svolta tanto attesa, quella che avrebbe potuto dare finalmente un senso a questa orrida visione, quando pare che a pagare le spese sia l’unica pecora bianca del gruppo mentre gli altri lo danno in pasto alla polizia solo per farla franca. E invece no, tutto si aggiusta, e il buonismo trionfa.

Nel cast una serie di giovani attori che aspettano tutti la grande occasione, da Douglas Booth al protagonista Max Irons, a Sam Reid e al più noto Sam Claflin, che però non ha ancora avuto il suo grande ruolo da protagonista, e che sarebbe stato un bastardo perfetto se anche questo fosse stato il film perfetto. Mi sa che dovranno aspettare ancora.

VOTO: 2

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