Selma, la storia senza brividi e le occasioni mancate

Sono tornato a vedere film dopo più di una settimana. Questo qui, in particolare, lo stavo aspettando da mesi. Ci credevo, avevo delle speranze. Devo dire però che un po’ avevo iniziato a sospettarlo, da quando annunciarono le nomination agli Oscar e gliene diedero soltanto due. Certo, una di queste è quella al miglior film, quindi mi son detto che per essere bello, era bello. Ma cominciavo a presagire che non ci fosse un’interpretazione che lasciasse il segno. Il 2014 è stato l’anno dei film biografici, da Stephen Hawking a Alan Turing, da Margaret Keane a Chris Kyle, e sono venute quasi tutte bene. Quasi, appunto. Vuoi vedere che proprio quella su Martin Luther King non doveva funzionare?

In realtà neanche il film nel suo complesso meriterebbe quella nomination. Dunque. Selma – La strada per la libertà parla proprio del dottor King, che tutti noi conosciamo, ma non della storia del suo assassinio o di come ha vinto il Nobel per la pace. Si è deciso di raccontare una particolare vicenda della sua lotta per i diritti civili, ed è quella della marcia di Selma, in Alabama, nel 1964. Mi ero anche rallegrato, inizialmente, di questa scelta di portare sullo schermo un pezzo della sua e della nostra Storia che non fosse necessariamente quella più tristemente famosa del suo omicidio. Al cinema, quando si vuole narrare la vita di un uomo conclusasi con il suo delitto, si finisce sempre per andare a parare proprio lì. Stavolta no, e questo poteva essere un vantaggio. Occasione sprecata, invece.

I primi sessanta minuti scorrono inesorabilmente, incredibilmente lenti, tanto più assurdamente se si pensa che il personaggio in questione ha avuto una vita tutt’altro che noiosa. Ci sono troppe inutili lungaggini, e zero pause sui momenti che avrebbero meritato un attimo di riflessione in più. E in mezzo a tutte queste chiacchiere, ho persino faticato ad afferrarne il senso. C’è una scena in cui M. L. King e gli uomini a lui vicini discutono dei mezzi e dei modi necessari ad ottenere il diritto di voto, tempo due minuti e staccano su di lui che comunica al Presidente di aver progettato una marcia di protesta, e l’illusione è che ci abbiano messo un quarto d’ora a pensarlo. Malcolm X decide di appoggiare la sua lotta, e un istante dopo si dice che sono passate tre settimane e lui è morto. Liquidato in un baleno. C’è anche una finestra sui rapporti coniugali di M. L. King che non dovevano essere proprio rose e fiori, e da una battuta della moglie pare di comprendere che lui la tradisse pure, ma non ci giurerei, perché non è tutto molto chiaro, e del resto non vedo quale necessità ci fosse di mettere in mezzo pure la vicenda della moglie che non aggiunge proprio nulla a questa storia.

Migliora decisamente nella seconda parte, ma il problema sta tutto nell’arrivarci. E anche a quel punto, ci sono attimi in cui pensi che finalmente siamo giunti al clou della tensione drammatica, che ci sia una svolta, qualcosa che ti faccia scendere la lacrima sul viso o quanto meno che ti stringa un nodo in gola. Niente. Gli ingredienti ci sono, ma manca il pathos. Se guardo un film anche solo su un minuscolo frammento della vita di Martin Luther King, io voglio commuovermi, voglio provare un brivido sulla pelle, voglio emozionarmi, ma non ci sono riuscito, se non per dei brevi, brevissimi istanti.

Peccato, davvero un peccato. Una storia così avrebbe meritato una degna trasposizione, e magari anche un interprete migliore. Non che David Oyelowo non sia granché, ma la sua versione di M. L. King è decisamente senza spessore. Parla, parla, parla per quasi tutta la durata senza comunicare nulla. Anche Oprah Winfrey è brava, ma in ruoli così piccoli sembra addirittura sottovalutata, e alla fin fine a uscirne bene sono proprio i “bianchi” Tom Wilkinson e Tim Roth.

VOTO: 5*

*(in realtà sarebbe un 6, visto che tutto sommato è un film che racconta una storia seria mettendocela tutta, ma la delusione è tanta). 

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