Una donna in carriera. Breve, però.

Dopo aver visto Melanie Griffith alla serata degli Oscar, alcuni giorni fa, mi è venuta voglia di rispolverare uno dei titoli della sua filmografia nonché pietra miliare del cinema in genere. Volevo rinfrescarmi la memoria con uno di quei film in cui l’ex signora Banderas era bella, brava e all’apice del successo. Rivedendo Una donna in carriera, mi è apparso chiaro fin da subito perché questa donna era tagliata per fare l’attrice.

La pellicola, diretta dal recentemente scomparso Mike Nichols, vanta la collaborazione musicale di Carly Simon, altra diva dei tempi andati, grazie alla sua Let The River Run, che vinse l’Oscar alla miglior canzone e con cui significativamente si apre e si chiude il film. Perché è un brano che già dalle note sa di emancipazione e voglia di riscatto. Scorrono i titoli di testa, e scopro la presenza dei giovani Oliver Platt e Kevin Spacey, e della meno giovane Olympia Dukakis, che appariranno soltanto in piccoli ruoli, ma anche di un irriconoscibile Alec Baldwin che invece avrà la parte detestabile del fidanzato traditore. Prima scena, e compare Melanie Griffith, capelli cotonati e attorno donne che indossano giacche con le spalline. Guardare Una donna in carriera nel 1988 doveva essere un’ispirazione per tutte coloro che volevano essere alla moda, ma oggi è ancora più piacevole perché documenta un gusto che, grazie a Dio, se n’è andato col sopraggiungere degli anni ’90. Accanto a lei, Joan Cusack, una che non ha mai fatto la protagonista, ma solo la migliore amica della protagonista, ed è un ruolo che, per quanto possa sembrare ingrato, qui le sta a pennello, perché alcune delle battute più felici sono proprio le sue.

Si può dire, senza timore di sbagliare, che chiunque riuscirebbe ad azzeccare dove questo film voglia andare a parare. Melanie è Tess, una ragazza di trent’anni che sogna di sfondare nel mondo degli affari, di conquistare la vetta con le sue sole forze senza cedere a compromessi, ed è naturale che l’obiettivo venga raggiunto. Così com’è naturale che lei e il protagonista maschile Harrison Ford finiscano assieme. È quello che c’è in mezzo che è lontano da ogni insulsaggine. Sigourney Weaver è la bastarda di turno, e Tess darà inizio ad un intrigante scambio di persona (e di personalità) per contrastare il suo capo ed un mondo in cui a dominare sono sempre e soltanto gli uomini, e tutto questo per far sentire che anche lei ha una sua voce. Basterà fingersi un asso della finanza per poter concludere meravigliosamente la sua transazione, riuscendo così a riappropriarsi del progetto che stavano per portarle via. E dopo averci mostrato Tess e Jack felicemente accasati, il film continua con un’ultima scena, quella conclusiva, in cui apprendiamo che la nostra eroina ha finalmente raggiunto l’obiettivo di una vita. Perché l’amore ha la sua parte, ma soprattutto questa è la storia di una Working Girl, quella del titolo originale, la cui realizzazione economica e lavorativa è ancora più importante.

I dialoghi sono ottimi, le battute memorabili, i personaggi freschi e divertenti, i ritmi giusti e mai noiosi. Melanie Griffith, in particolare, ha un po’ quel fare da classica bionda svampita, eppure lotta per farsi notare soltanto per ciò che ha nel cervello. Il fatto che fosse alta e con un corpo niente male, con un bel visino e un certo talento per la commedia, spiega le ragioni del suo successo, interrottosi troppo presto. Di solito le donne, nell’industria cinematografica, cominciano ad avere problemi una volta arrivate ai 50. Nel suo caso, ha avuto un decennio in meno da giocarsi, e a poco a poco ci siamo dimenticati di lei. Ma Una donna in carriera, quello è un film che non si può dimenticare.

VOTO: 10

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