Francesco Rosi alla sua opera prima

In queste settimane di commemorazione di Francesco Rosi, era inevitabile che finissi per guardare un suo film. Mi sono trovato, per caso, ad esser spettatore della sua prima opera girata interamente da solo, La sfida, film del 1958 che non avevo mai nemmeno sentito nominare. È stata una piacevole scoperta. C’è tanta vita vissuta in questo film, che è quella della Napoli del secondo dopoguerra. Una città povera, coi più disgraziati che vivono accalcati nei grandi fabbricati chiassosi e sovraffollati, e che si riversano nei cortili e nelle strade alla ricerca di un’occupazione che li farà tirare fino alla fine della giornata.

La storia è quella di Vito Polara, un mascalzone che si arrangia col contrabbando di sigarette e che, per una coincidenza, arriva a fiutare l’odore di un buon affare nel commercio di prodotti ortofrutticoli. Dai piccoli bugigattoli del centro della città passiamo all’aperta campagna del napoletano, dove a farla da padroni sono gli uomini della malavita, accaparratisi i diritti di gestire la vendita dei frutti della terra e di dettare le proprie condizioni. Vito non sa che c’è un sistema da rispettare, e non vuole accettare di dover sottostare agli eterni signori locali. Soprattutto, Vito insegue il suo piccolo grande sogno, vuole arricchirsi e vuole farlo in fretta, non importa a quali mezzi dovrà ricorrere, non importa chi o che cosa dovrà scavalcare.

È una camorra, quella che vediamo in La sfida, che appare alquanto postdatata, o comunque piuttosto insolita per uno spettatore moderno che sia abituato, come me, ad associare le mafie del grande schermo con grandi sparatorie e auto che esplodono, traffici di droga e prostitute a gogò. Nondimeno è ugualmente efficace, inequivocabile: fin dall’arrivo dei protagonisti nelle campagne dell’entroterra, sappiamo che quella è criminalità, che l’obbedienza è imposta attraverso insopportabili prepotenze, e che invischiarsi con quella gente non porterà a nulla di buono.

Il protagonista assoluto, tale José Suárez, ha dei momenti felici, in cui quel ruolo sembra calzargli proprio a pennello, e altri (anche se pochi), in cui, invece, sembra quasi legnoso, innaturale, poco spontaneo. Il volto comunica scaltrezza, arroganza, rabbia e malizia, ma il corpo non lo segue, resta impacciato. Il doppiaggio mal riuscito contribuisce a conferire una sensazione di poca scioltezza, con l’attribuzione di timbri e intonazioni che non si attaccano addosso ai personaggi come e quando dovrebbero.

Per contro, ci sono alcune scene ben riuscite, in cui persino i caratteristi e gli interpreti minori si inseriscono adeguatamente nella narrazione: il gioco di seduzione sulla terrazza del fabbricato tra Vito e la futura moglie Assunta, interpretata da Rosanna Schiaffino, e la conseguente sceneggiata tra le donne del caseggiato affacciate ai balconi, o il matrimonio dei due con gli invitati tutti a banchettare rigorosamente all’impiedi, che restano, a tanti anni di distanza, anche un notevole documento degli usi del tempo, di quel che eravamo e che è ormai storia passata. Anzi, sono proprio i personaggi secondari i più riusciti, e il finale (che non svelerò per non rovinarlo a nessuno), è forse aspettato, ma impeccabile.

VOTO: 8

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