E se i figli dell’uomo non fossero umani?

È assodato: Antonio Banderas non fa più tendenza. Venerdì sera, mi ritrovo in una sala di un cinema in cui, insieme a me, ci saranno state non più di quindici persone, e alcune di queste devono esserci finite per caso, nella convinzione di assistere a chissà quale film di azione, inseguimenti, bombardamenti dall’alto e battute ad effetto. Invece, Autómata è altro.

Anche per me, guardare un film del genere è sempre un grosso azzardo, perché le visioni distopiche di un impensabile futuro o sono ben fatte, o corrono il rischio della balordaggine. E il confine è assai sottile. Autómata è passato in sordina, con pochissima pubblicità, e poltrone vuote. Forse proprio perché manca quell’azione, quel testosterone a vagonate che aumenta l’afflusso di pubblico pagante mentre, quasi sempre, abbassa la qualità dell’opera. Che cos’è, allora, questo Autómata?

È innanzitutto la dimostrazione che si può fare un buon film di fantascienza senza tanto chiasso. Niente astronavi, nessuna pomposità, una manciata di attori e una buona idea. Nel 2044 la Terra è drasticamente trasformata, con una superficie abitabile paurosamente ridotta e l’incubo della desertificazione che tutto ingoia e tutto cancella. Jacq Vaucan è incaricato di indagare sul caso di automi che, apparentemente, hanno sviluppato la capacità di modificarsi da soli, contravvenendo alle leggi con cui erano stati progettati. Nella ricerca del colpevole, le persone a lui vicine precipitano in una pericolosa caccia alle streghe il cui unico scopo è trovare un capro espiatorio contro cui puntare il dito.

Il nodo della questione non è tanto chi abbia fatto cosa, ma se anche i robot possano avere un’anima oppure no. Dalla carrellata iniziale di immagini che accompagnano i titoli di testa fino alla conclusione, il regista Gabe Ibáñez sfida lo spettatore a non impietosirsi per ogni automa bruciato, maltrattato, sparato e oserei dire persino ucciso a colpi di arma da fuoco. È vero, Autómata non è il primo film ad averci proposto il tema dell’imbarbarimento dell’essere umano di fronte all’avanzata del futuro, ma il suo punto di forza è un altro. Invita a riflettere sulla fragilità della vita umana, e sulla possibilità che il destino della Terra non sia in nostro potere. Se noi fossimo soltanto di passaggio su questo pianeta? E se dopo di noi ci fosse altro?

Quell’altro è, nel film, proprio la vita robotica creata dall’uomo. I prosecutori della nostra stirpe. Questa domanda riecheggia in uno scenario visivamente d’impatto. Autómata è scarno. Le ambientazioni sono essenziali, e dal momento in cui l’azione si trasferisce nel deserto non potrebbero essere più spoglie di così. Anche quel deserto è funzionale alla narrazione, e le musiche inquietanti da opera lirica contribuiscono a fare il resto.

Peccato per Banderas, che fornisce una buona prova d’attore, coadiuvato anche da Dylan McDermott e Melanie Griffith. Avrei immaginato un’altro finale per il protagonista, cui comunque non accennerò per non rovinarlo a nessuno, ma anche i suoi ricordi, il suo amato mare, la sua infanzia non sono inadatti.

VOTO: 8

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