Il cliente, ovvero: solo dei bravi attori salvano un film

Susan Sarandon mi ha sempre ispirato un senso di maternità. Come dire che se vivessi in un film, e dovessi scegliermi una mamma, la scelta ricadrebbe su di lei. Mi viene da pensare che nel suo caldo abbraccio non potrebbe succedermi niente di male. E poi è una tosta, basta dare un’occhiata ai suoi film per capirlo.

Non ho dovuto neanche guardare le sue performance migliori per innamorarmene. Un paio di titoli, ed era già entrata di diritto nella cerchia dei miei attori preferiti. Conoscerla meglio non ha fatto che aumentare il mio gradimento. Per questo sono andato a ripescare un film di una ventina d’anni fa, che avevo cominciato più volte senza mai portarlo a termine (va’ a sapere il perché poi).

L’inizio de Il cliente, pellicola di Joel Schumacher (che fine ha fatto quest’altro?) del 1994, promette bene. Due fratelli assistono, in un bosco, ad un suicidio: mentre il più piccolo dei due cade in uno stato di shock post-traumatico, il maggiore, di appena 11 anni, si ritrova alle calcagna la mafia locale e l’FBI, decisi, per motivi diversi, a scoprire se il suicida abbia rivelato qualche scomoda verità al povero Mark prima di spararsi un colpo in bocca.

Che ruolo ha la nostra Susan in tutto questo? Proteggere Mark Sway dal gorgoglio mediatico, dagli interrogatori polizieschi e soprattutto dagli approcci indesiderati di tizi poco affidabili, in qualità di suo avvocato difensore, e quasi quasi, si potrebbe dire, anche di suo tutore. Perché Susan Sarandon, alias Reggie Love, finisce per diventargli amica, una sorta di mamma, appunto. Non che Mark non ne abbia una, soltanto che Mary-Louise Parker è troppo giovane e sprovveduta per tenere tutto sotto controllo. Tommy Lee Jones è invece l’affascinante e scorretto procuratore federale che vuole ad ogni costo tirare fuori dalla bocca del ragazzino le informazioni di cui è a conoscenza, naturalmente per risolvere il caso e mettersi in luce in vista delle prossime elezioni.

Il cliente poggia su un’idea di fondo che è anche buona, tutto sommato, e qua e là intervengono alcuni intoppi ad aggravare le cose, mettendo il protagonista Brad Renfro (pace all’anima sua) ancora più nei guai e complicando lo scioglimento finale. Solo che a me piacciono i grossi drammi, che saranno pure emotivamente devastanti ma almeno garantiscono quel pizzico indispensabile di veridicità. Invece questo legal-thriller punta su una conclusione rassicurante per tutti, in cui persino il signor Tommy Lee Jones, che ha quasi meno scrupoli dei mafiosi nei riguardi dell’incolumità del ragazzino, se ne esce con qualche battuta volta a riaffermare il suo animo buono. E non temete, non si tratta affatto di spoiler, perché dopo i primi venti minuti appare chiaro a tutti che i buoni se la caveranno senza danni, i cattivi saranno puniti, e la giustizia trionferà su tutto. Meno male che almeno c’è Susan Sarandon.

VOTO: 6

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