Nessuno riuscirà a distinguere l’automa da un mortale

Guardare un film muto, oggi che i dialoghi al cinema sono la cosa più naturale che esista, dopo che siamo nati e cresciuti con le strofe dei musical, le urla delle scream queens e i turpiloqui della nuova Hollywood, è incredibilmente difficile. Si guarda un film muto per il suo valore storico, e al massimo facciamo qualche concezione a Charlot e al suo vagabondare. Leggere le didascalie, limitarsi a vedere senza sentire non fa per noi, e il rischio di addormentarsi, per molti, è praticamente una certezza. Perciò non vorrei convincere nessuno della grandiosità di un film come Metropolis, ma lo farò lo stesso.

MetropolisMetropolis è il padre, o meglio ancora, la madre di tutti i film di fantascienza, ed è un’opera così antica quanto è moderna, tanto è lontana dalle invenzioni cinematografiche fini a sé stesse e tanto è calata, invece, nella realtà materiale e sociale del nostro Novecento. Soprattutto, Metropolis è dotato di una suggestività a livello visivo che pochissime altre pellicole, anche negli anni a venire, potranno vantare. Seducenti, ipnotiche, conturbanti, le immagini di Metropolis, la città del futuro popolata da palazzi che si allungano oltre il dicibile, linee metropolitane che viaggiano quasi solcando l’aria, macchine industriali che lavorano 24 ore su 24 logorando e divorando (metaforicamente e non) gli operai, tutte queste immagini sono fatte per parlare più di quanto qualunque voce potrebbe mai fare. Sembra anzi che il dialogo possa compromettere la seduzione che l’immagine opera su di noi. Una cosa è certa, che vi annoiate o meno durante la visione, ci sono scene che non dimenticherete più.

Metropolis è altresì il film più denso di allusioni, riferimenti, citazioni che potrete mai trovare. Continui sono i rimandi al testo biblico, neppure i nomi dei personaggi sono senza significato, e non si sbaglierebbe nell’affermare che persino la fantascienza è soltanto un pretesto per parlare di cose assai più vicine a noi. Eppure è anche uno dei film più difficili che abbiano fatto la storia del cinema, se non altro per la difficoltà di delineare con precisione la linea lungo la quale si muove. Critica della industrializzazione massiccia, alienante e inumana, o riflessione sull’eterna lotta tra padrone e operaio, o ancora una frecciata contro il potere dittatoriale e sfruttatore: il film mette alla prova la nostra capacità di comprendere osservando, a maggior ragione se consideriamo che in alcuni momenti è quasi impossibile stabilire se si tratti di realtà o di allucinazione, di concretezza oggettiva o di incubo. Magari è tutto questo insieme, e altro ancora.

Perché Metropolis è il capolavoro dell’espressionismo tedesco, è il film che fu amato da Adolf Hitler mentre il regista Fritz Lang si vedeva costretto a emigrare negli Stati Uniti in quanto ebreo, è palesemente calato in una dimensione industriale, cittadina, capitalista e quindi contemporanea ma immerso in un tessuto di oggetti e simboli cristiani, pagani, mistici ed esoterici, è imbevuto di Art déco e di futurismo italiano, ha influenzato i Queen, Madonna e Whitney Houston e ha segnato una svolta epocale nell’ambito della tecnologia cinematografica.

Lasciatevi incantare dal Moloch che inghiotte vittime umane, dai movimenti simmetrici e apatici degli operai al lavoro, dal girotondo della folla esultante, dalla sensuale esuberanza dell’automa Maria allo Yoshiwara, dalla Torre di Babele e dalla danza dello scheletro con la falce, e poi ditemi quanti altri film sanno essere così potenti e stimolanti.

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