Qualcuno nasce reale, e qualcuno no

Secondo voi, cos’è che si può definire geniale? O meglio, permettetemi di riformulare la domanda: cos’è che si può definire un’idea geniale al cinema? Biciclette volanti e un extraterrestre perduto sulla Terra? Ombrelli danzanti sotto la pioggia? Certo. Kubrick? Lynch? von Trier? Sicuramente. Ma non c’è bisogno di volare così in alto. Per me, anche l’idea di un personaggio di un film che improvvisamente esce dallo schermo per conquistare una delle sue spettatrici, instaurando una rivalità con il suo interprete in carne ed ossa, anche questa idea qui ha qualcosa di geniale, e l’ha partorita Woody Allen.

Era il 1985, il regista newyorchese aveva girato “soltanto” una decina di film prima di approdare a La rosa purpurea del Cairo e aveva ancora tanti assi nella manica con cui sorprenderci. Anche questo, come molti altri, ha per protagonista una graziosa Mia Farrow, un’ingenua ragazza del New Jersey che vive di illusioni e fantasie alimentate dalle sue evasioni al cinema del luogo, per rifugiarsi ogni tanto nella finzione cinematografica e sfuggire alla deprimente realtà di un matrimonio infelice e di una vita squattrinata. È proprio lì, durante una di quelle sere al cinema, che Cecilia vede il suo beniamino uscire materialmente dallo schermo come fosse un essere umano in piena regola, soltanto per poter stare colla ragazza che lo osserva con ammirazione e dedizione. Manco a dirlo, i due si innamorano l’uno dell’altra, ma le cose si complicano quando arriva sul posto il vero attore, al secolo Jeff Daniels, nell’intento di convincere il suo personaggio a ritornare lì da dove è venuto. Da una relazione con un marito (Danny Aiello) che non la ama, a due uomini (uguali ma diversi) che se la contendono, Cecilia dovrà scegliere tra il Tom Baxter della pellicola e il Gil Shepherd di Hollywood, tra una creazione nata dalla penna degli sceneggiatori e l’uomo vero e proprio. La scelta forse non sarà sorprendente, ma il finale sì.

Non tutto è rose e fiori come nei film che Cecilia ama vedere al cinema, e quando trova finalmente il coraggio di piantare il suo fedifrago, ubriacone, fannullone e violento marito, le cose non vanno come si aspetterebbe. Mia Farrow è assolutamente adorabile, per quanto sia esattamente l’opposto dei modelli femminili caratterialmente dirompenti e fisicamente prepotenti che di solito ti fanno girare la testa, ma è così fragile, innocente, una tale sognatrice che non si può non provare un debole per lei. O almeno un po’ di compassione. Jeff Daniels, che un po’ buffoncello lo è sempre stato, e l’aria da spavaldo gli viene naturale, è praticamente perfetto per questo ruolo, razionalmente parlando, ma dentro di me c’è sempre qualcosa che non riesce a digerirlo del tutto.

I momenti in cui i restanti personaggi del film, rimasti bloccati a metà pellicola privi di uno dei co-protagonisti, cominciano a dialogare tra di loro e poi col pubblico, senza sapere come andare avanti, sono semplicemente, assolutamente e indiscutibilmente e-si-la-ran-ti. Niente male anche la scena in cui l’attore di celluloide si ritrova senza saperlo in un postribolo in compagnia di Dianne Wiest e di altre gentildonne. La rosa purpurea del Cairo è un caso particolarissimo di metacinema, perché parla di cinema senza farlo direttamente, girandoci un po’ attorno, e inventandosi una storia così buffa che non sai più a cosa credere, ma alla fine non ti resta che credere davvero a tutto quello che hai visto. E quello che vedi non sono i drammi, i tormenti, le nefaste conseguenze dello spettacolo sulla vita umana, ma la considerazione che, a volte, soltanto il cinema ci può salvare dalla realtà.

VOTO: 9

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