Quando Anna Magnani diventò napoletana

Assunta Spina, l’avete presente? La popolana nata dalla fantasia di Salvatore Di Giacomo, quella sfregiata dal suo amante e divisa tra due uomini? No? Allora provo a riassumervi un po’ la storia. Assunta Spina è la protagonista dell’omonima novella dello scrittore napoletano, poi diventata un’opera teatrale, e infine adattata più volte per il piccolo e il grande schermo. La trama, che presenta alcune variazioni tra una versione e l’altra, in sostanza è questa: Assunta, proprietaria di una lavanderia a Napoli, viene sfregiata in volto dal fidanzato Michele, accecato dalla gelosia per le attenzioni che altri uomini riversano su di lei. Viene dunque condannato a due anni di prigione, e la donna nel frattempo si concede a un cancelliere in cambio del suo impegno a non trasferire Michele lontano dalla città. Solo che la relazione va avanti per mesi e mesi, e Assunta si lascia travolgere dalla passione. Cosa succederà quando Michele sarà libero e tornerà a casa, dalla sua donna?

Nel 1948 Mario Mattoli porta nuovamente al cinema la vicenda già popolare, con l’aiuto di due interpreti di eccezione. La protagonista femminile è Anna Magnani, tradizionalmente considerata uno dei simboli della città di Roma, e che in questo caso si cala perfettamente nei panni della napoletana, perché quando sei Anna Magnani puoi fare un po’ quello che vuoi. L’altro, Michele, ha il volto di Eduardo De Filippo, coautore anche della sceneggiatura. La quale, val la pena di dirlo, è un po’ debole.

Il film, infatti, dura appena una settantina di minuti, che alla fine si rivelano pochissimi per dare corpo e anima non tanto a un personaggio tormentato qual è quello di Assunta Spina, perché Anna Magnani di spazio ne ha (giustamente) in abbondanza, ma per raccontare anche i dettagli, sviluppare una vicenda che si poteva raccontare meglio. Manca del tutto l’antefatto, e su questo si può pure sorvolare. L’alternativa sarebbe stata allora concedere qualche minuto in più a quel disgraziato di Michele una volta uscito dal carcere, almeno per farci godere quel tanto che basta della presenza di Eduardo. Così, è quasi come se non ci fosse. È come avere Beyoncé in un musical e farla cantare da corista. Come avere Sean Penn in un thriller e fargli fare quello che muore durante i titoli di testa.

Come in La tavola dei poveri, si sente ancora troppo la precedente destinazione teatrale del soggetto, soprattutto nella prima parte. È soltanto a metà del film che gli ambienti, le strade, Napoli entrano a far parte del racconto. L’atteso dramma finale, poi, non si avverte neppure. Tutto dovrebbe essere teso verso quel momento lì, in cui si consumerà la tragedia di Assunta, incapace di essere felice. Il fatto è che, invece, di tensione non si sente neanche un po’. Si può godere benissimo del momento del miracolo di San Gennaro, o del battibecco tra le lavandaie, o della deposizione in tribunale di Titina De Filippo, ed è superfluo dire che la Magnani è ineccepibile, ma il resto è quello che è. Andava bene per il teatro, ma per passare al cinema ci si doveva sforzare di dargli qualcosa in più.

VOTO: 5

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