Il pianeta proibito

Diciamolo. È inutile far finta che non sia così. La fantascienza degli anni 50 e 60 è davvero terribile. È qualcosa che potrebbe piacere perlopiù a qualche feticista dell’orrido, un appassionato di B-movies o un fan sfegatato del genere. Prendiamo, per esempio, Il pianeta proibito, film del 1956 che non ha altro pregio se non quello di essere diventato un classico del cinema di fantascienza: in particolare, di quella branchia che ha per tema i viaggi nello spazio. Le astronavi raffigurate come piatti dischi volanti con cupola al centro, le snervanti musichette elettroniche che ti accompagnano durante tutta la visione, superfici terrestri che hanno la faccia di un deserto sconfinato, insomma gli stereotipi che fanno rima con fantascienza ci sono tutti.

È pur vero che sarebbe ingeneroso bollare quegli elementi lì, musiche comprese, come semplici e banali cliché soltanto perché siamo abituati a centinaia di prodotti di questo tipo. Va detto infatti che, all’epoca, Il pianeta proibito fu una vera innovazione, che cogli anni però ha perso completamente il suo fascino, qualunque esso fosse. E non è questione soltanto di effetti speciali.

Il fatto è che nel film non succede assolutamente nulla per quasi tutto il tempo. Non si ha nemmeno l’impressione che debba succedere qualcosa. Un astronave atterra su un pianeta denominato Altair IV, dove l’equipaggio trova soltanto un filologo (?) con sua figlia. L’intera popolazione è costituita da queste due sole persone, perché tutti gli altri sono morti. Nessuno si chiede come e perché, o meglio, a nessuno sembra importare almeno fino a quando, dopo ben 70 minuti, un’entità sconosciuta non comincia a mietere vittime. Il capitano della spedizione è nientepopodimeno che un giovanissimo Leslie Nielsen, che farfuglia di questioni di astronomia e meccanica delle navicelle spaziali che nemmeno lui sembri capire granché, e questo nonostante sia il personaggio più credibile di tutto il cast.

        Chi dei due recita meglio, lui o il robot?

Walter Pidgeon, il filologo sopravvissuto allo sterminio dei suoi compagni, ha un modo di recitare che, benché accettabile all’inizio, diventa poi sempre più manierato e calcato man mano che ci si avvicina al finale. Sarebbe andato bene ai tempi di Douglas Fairbanks, ma per essere gli anni cinquanta sembra già passato di moda. Quella bella figliuola di Anne Francis pare invece che non abbia altra funzione che attizzare gli spettatori di sesso maschile, e solo così si spiegherebbe perché è mezza nuda per tutto il tempo. Per il resto, nessuno dei loro personaggi ha più spessore di quanto ne abbia Robby il robot, che finì per diventare la vera star del film.

Trattasi di un robot in piena regola, nato soltanto per eseguire gli ordini, dall’aspetto semi-antropomorfico, con due braccia dalle fattezze umane tese perennemente in avanti e un modo di parlare che ricorda vagamente il software Siri, ma ancora più insopportabile. Dovrebbe suscitare un po’ di ilarità, ma non sono riuscito ad avvertirla. Né tantomeno fa tenerezza, o ha un intrinseco significato nascosto. Nulla.

Non è colpa degli effetti speciali ultradatati. A quelli si perdona tutto. Si comprende che i mezzi allora erano quello che erano, e si va oltre. La vera pecca è che non c’è niente da guardare. Il particolare più interessante sta nell’origine dell’invisibile mostro assassino, che altro non è che la materializzazione di un subconscio represso; ma siccome tutto questo è stato relegato agli ultimi quattro minuti, viene da chiedersi se valga la pena di aspettare così tanto. Ci sono film che riescono a conservare intatto il loro incanto nei secoli dei secoli, e altri che al contrario sono destinati ad esaurire ogni potenziale non appena cambia il vento. Il pianeta proibito è uno di questi.

VOTO: 2

                                                                    Ci crediate o no, questo è Leslie Nielsen

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