Third Person

Dunque. Due cose mi hanno alquanto indispettito. La prima: il trailer mi ha giocato un brutto scherzo. Già, perché se andate a guardare il trailer di Third Person, potreste avere, come me, l’impressione che si tratti di uno di quei film che ti prendono lo stomaco e lo attorcigliano, ti lasciano in attesa della scena seguente, e di quella dopo, e di quella dopo ancora per vedere cosa mai accadrà, e magari fanno pure scorrere una lacrimuccia. E invece no. Delusione number one.

La seconda: tra le sequenze iniziali, ce n’è una ambientata a Roma con Adrien Brody nei panni di un presunto uomo d’affari, che entra in un bar dove trova un incredibile Riccardo Scamarcio in quelli di un cameriere tanto scontroso da prendere a schiaffi. Incredibile nel senso peggiore del termine, perché di lì a poco si scateneranno tutti i più triti luoghi comuni che il cinema americano ha costruito per decenni nella resa degli italiani. Già mi ha confuso la presenza nel suddetto bar di Moran Atias, che ha l’aspetto di una supermodella ma dovrebbe essere una stracciona, e tu sei lì a guardarla e non ci credi, non capisci perché la chiamino zingara e via dicendo, perché una così può essere soltanto una top model. Come se bastassero due cerchi alle orecchie e un paio di scarpe da ginnastica per fare di un’attrice una vagabonda. Poi pure la folla di italiani burini, caotici e razzisti, che non sanno parlare che in dialetto e pensano soltanto alla partita di pallone. Ecco, specialmente quest’ultima cosa mi ha abbastanza innervosito, e ha pregiudicato la visione del resto del film.

Di cosa parlava questo film? Difficile a dirsi. Tre storie, ambientate a Roma, Parigi e New York, i cui protagonisti vivono vite diverse ma destinate a convergere verso uno stesso amaro destino. Ed è tutto qui. Mi sono sforzato di definire la trama meglio che potessi, e più di due righe non ci escono. Third Person è di una lentezza inspiegabile, ma non di quelle che servono a creare suspense prima di passare alla sequenza successiva: è una lentezza che non serve proprio a niente, se non ad allungare il brodo per farlo arrivare alla durata di due ore.

Sul finale qualcosa si intuisce, i pezzi del puzzle tornano al loro posto e il polpettone diventa giustificabile. Tutto ha un senso, alla fine. Il problema è che per i primi 60 minuti buoni non ti viene neanche voglia di vedere come va a finire. Non saprei dire dove hanno sbagliato. L’intreccio tra realtà e immaginazione, col dubbio amletico che tutto quello che hai visto potrebbe non essere vero, le storie di genitori negligenti e di bambini in pericolo di vita, uomini e donne che si amano e si lasciano, e dietro a tutto questo uno scrittore e il suo doloroso passato, è tutto molto affascinante. Persino i personaggi sono ben costruiti, e qualcuno riserva anche dei colpi di scena. Quello di Olivia Wilde, per esempio. Ma anche quel pezzo di legno di Liam Neeson.

Insomma, Maria Bello è brava, Mila Kunis fa tanta tenerezza, magari avessero dato un po’ più di spazio a James Franco e un diverso doppiaggio a Kim Basinger, ma ci si può passare sopra. Sulla carta Third Person aveva tutte le carte in regola per funzionare, ma nei fatti qualcosa è andato storto. Paul Haggis doveva mescolarle un po’ meglio quelle carte, se voleva che il pubblico in sala non passasse la metà del tempo a sbadigliare.

VOTO: 5

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