Due soldi di speranza

Non so se avete mai sentito parlare di Due soldi di speranza, un film di Renato Castellani uscito nel 1952. Personalmente, mai successo prima di oggi. La prima cosa che si potrebbe dire, tanto per cominciare, è che il film ha vinto il principale riconoscimento al Festival di Cannes di quell’anno, nonché un Nastro d’Argento per la migliore sceneggiatura. E magari potreste pensare che si tratti di un piccolo tesoro nascosto, che il tempo ha sepolto sotto il trascorrere degli anni, ma se anche così fosse, sarebbe vero soltanto a metà.

Forse avrei dovuto cominciare col dire che nei primi minuti non avevo ancora ben capito se stavo guardando un film o una di quelle parodie che circolano su YouTube, tanto era manierata e marcata la recitazione di certi personaggi popolari, che insomma sembravano una mal riuscita imitazione di sé stessi. Che poi ha contribuito anche un cattivo doppiaggio: già non comprendo il motivo che, anni fa, spingeva a doppiare un film nella stessa lingua, ma poi doppiarli pure male. Doveva essere un’operazione commerciale che poteva avere un senso all’epoca, oggi però mi sembra che ci si perda in naturalezza.

Sia chiaro, Due soldi di speranza ha molti meriti, al di là dei riconoscimenti tangibili e materiali: prima di tutto, quello di essere stato scritto insieme a Titina De Filippo, che ha lasciato indubbiamente la sua impronta nella gestualità e nei dialoghi dei personaggi. Poi, è considerato il film che ha inaugurato il neorealismo rosa: vale a dire un neorealismo più leggero, più ottimista, che funge da anello di congiunzione tra quello vero e proprio, ormai in fase calante, e la commedia all’italiana prossima ad arrivare. Non a caso, la Carmela del film, questa ragazzetta giovanissima che ha il diavolo in corpo, non fa altro che anticipare la Lollobrigida di Pane, amore e fantasia.

Non è detto però che questa sfumatura di realismo debba piacerci per forza. Anzi, toglie al film quello spessore che gli avrebbe dato un senso, uno scopo alla fine della storia. Perché se Carmela e Antonio, che appena ha smesso i panni del militare non riesce a trovare uno straccio di lavoro, decidono di sposarsi senza una casa, senza soldi, senza neanche i vestiti da indossare, insomma più disperati che mai, eppure corrono fiduciosi verso un destino pieno di promesse, allora di realistico non c’è proprio niente. Va bene distaccarsi dai toni tragici dei film di De Sica e Rossellini, ma se dopo tante peripezie, e tante occasioni mancate, e tanti lavori andati all’aria ci vogliono far credere che sian tutte rose e fiori, almeno dateci uno straccio di prova. Altrimenti, se il sipario cala proprio nel momento in cui affiora una speranza, allora è probabile che anche il regista abbia pensato di chiuderla lì perché non avrebbe proprio saputo come darla a bere agli spettatori.

Due risate si riesce a farle comunque, anche più d’una, grazie alla scapestrata Maria Fiore, allora appena sedicenne, e perché le battute sono davvero ottime. Anche se, un anno dopo, Comencini avrebbe fatto di meglio.

VOTO: 6

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