Figli di un dio minore

Uno dei motivi per cui mi piace il cinema è che ogni volta sposta un po’ di più i limiti di ciò che quest’arte può fare. Può aprire finestre su mondi che nemmeno conosciamo, e non è necessario che si tratti di un universo d’invenzione. Si può fare un film con quattro attori rinchiusi in una stanza, o persino con un solo attore rinchiuso in una bara. Si può anche fare un film in cui l’attrice protagonista sia sorda e muta, e non dica una parola.

Sto pensando a Marlee Matlin, che nel 1986 esordì in Figli di un dio minore, che le valse l’Oscar e un assaggio di notorietà. Aveva 21 anni la Matlin, ed era bravissima. Del film, non sapendo decisamente nulla della trama, sono rimasto sorpreso due volte. La prima, all’inizio, quando ho compreso che tutto comincia in un istituto per sordi, perché non avevo previsto ci potesse essere una scuola di mezzo, ma soprattutto quando ho notato che William Hurt è un insegnante poco ortodosso ma divertentissimo. La seconda, quando è arrivata la svolta sentimentale. Con un titolo così, avevo già preparato i fazzoletti sul comodino per asciugare le lacrime, ed invece è stato un po’ più sentimentale e un po’ meno intenso di quanto avrei voluto. Anche alla storia d’amore, però, ci si abitua subito, perché Marlee Matlin è davvero una formidabile attrice, arrabbiata, orgogliosa, ferita eppure muta, senza dire una parola, quasi dieci anni prima di Holly Hunter in Lezioni di piano. È suo il merito di uno dei momenti migliori del film, quando i due protagonisti si trascinano l’un l’altro in una lite che culminerà in un vigoroso gesto di disperazione da parte di lei.

L’altro aspetto del film degno di nota riguarda proprio William Hurt, il suo ruolo di insegnante e quelle scene ambientate tra le mura della sua classe, dove riesce a tirar fuori qualcosa di straordinario dai suoi alunni. Balla, canta, si tiene in equilibrio sulle mani a testa in giù, e i suoi ragazzi ci stanno, sorridono, ballano con lui, e alla fine riescono a parlare meglio di prima, anche a costo di imparare a forza di parolacce. Con la capacità di lei di concentrare tutta l’emozione in un gesto e con la battuta pronta di lui costituiscono una delle più belle accoppiate del cinema, senza nulla togliere alla gradita presenza di Piper Laurie, del suo altero contegno e della sua lacrima da madre pentita.

C’è un grosso neo, però, grande come una macchia di mucca, è la colonna sonora. Quella musica che vorrebbe avere un presunto sapore romantico, e invece suona come tante note stridule in perfetta disarmonia tra di loro, tanto che oltre a perforarmi l’orecchio, non ho neanche afferrato la melodia. Sarebbe stato meglio il silenzio.

La terza cosa più bella, è proprio il titolo del film, che lascerò come titolo anche qui, con tutta la sua carica di suggestione ed il suo incanto, sperando che stuzzichi un po’ anche la vostra fantasia.

VOTO: 8

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