È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore

Su La grande bellezza, sono state dette già tante cose, talmente tante cose, nel bene e nel male, che non saprei cos’altro ci sarebbe da aggiungere. Per esempio, che è «un carnevale escheriano, mai realmente tragico ma solo miseramente grottesco, una ronde impietosa ritratta con altrettanta mancanza di pietà», di Dario Zonta potrei averlo scritto io (se sapessi scrivere bene come lui), pur non condividendo il suo giudizio complessivo. Oppure che «sembra voler convincere che sì, quella che racconta è davvero “una Babilonia disperata” nel cuore oscuro e invidiato della capitale: e sembra riuscirci con la forza delle immagini e i virtuosismi visivi», anche questo, di Natalia Aspesi, riassume bene quello che penso, soprattutto per il richiamo alla potenza espressiva delle immagini. È già stato detto che c’è molta Italia in questa Roma chiassosa e volgare, che le maschere di questa tragedia riescono a far ridere solo finché ci si dimentica che dietro non c’è proprio niente, eccetto il vuoto.

Dunque, mi imiterò a fare due considerazioni personali. Prima di tutto, in molti mi chiedono sempre che cosa significhi questo e quello, forse perché l’abitudine di dire che La grande bellezza è un film filosofico, riflessivo, meditativo, e che non è questione di gusti, di gradirlo o meno, bensì di capire, ha convinto le persone a cercare un significato in ogni gesto, ogni abito, ogni sguardo del film. E quando non lo si trova, si dice giustamente che non lo si è capito. Ebbene, non credo che ci sia bisogno di chiedersi perché Jep intervista un’artista concettuale o perché a Lorena sanguini il naso durante una festa. Si tratta di abbandonarsi alle immagini. Perché il fatto è che, qui, più che raccontare una storia, il film descrive una condizione dell’animo umano, del Paese, di una cerchia simpaticamente abbietta di individui di mezza età, dei loro caratteri, vizi, frustrazioni, e la pellicola così vien componendosi proprio attraverso le immagini.

Ciò che ha lasciato il sottoscritto senza fiato, è il contrasto che viene fuori tra raffinatezza ed eccesso, tra una Roma che rivela la sua grazia ai turisti e la Roma notturna degli italioti in preda alle sfrenatezze più insensate, tra i salotti della gente dabbene senza spiritualità e un mucchietto di suore e religiosi forse ancora più superficiali. Sono queste le immagini che dicono di una giovinezza carica di promesse consumatasi in una serata festaiola dopo l’altra, di una crisi di valori che colpisce quanto più si sale in alto nella scala sociale, di una folla di commedianti che conoscono la verità ma la nascondono reciprocamente dietro la menzogna. Non so dirvi a parole quanta forza ci sia nella nostalgia di due nobili decaduti, nella visita di sera alle ricchezze culturali della capitale, nella “ascesa” di suor Maria lungo l’interminabile scalinata, o nella famosissima scena iniziale.

Non ho ancora deciso se Sorrentino imita troppo Fellini o se si tratta di qualcosa di molto diverso, e questa dipendenza dall’ felliniano, forse rielaborata in forma di omaggio, è ancora il mio punto oscuro. Non tanto, però, da impedirmi di amare questo capolavoro del 2013, e il miglior Toni Servillo di sempre, e Verdone, la Ferilli, Iaia Forte, Buccirosso, Galatea Ranzi e tutte le altre terribili ed affascinanti creature di questo romanzo generazionale tutto italiano.

VOTO: 10

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